Categoria: ginecologia

 

Vulvodinia: chi è questa sconosciuta?

La Vulvodinia, o Sindrome VulvoVestibolare (SVV) è una sindrome neuropatica.

Si tratta di un’infiammazione cronica senza apparente causa organica, del vestibolo (porzione di vulva attorno all’introito vaginale, verso il perineo, ovvero la porzione di mucosa che separa la vagina dall’ano, appunto anche chiamata forchetta).

Questa patologia non è così rara: interessa ben il 15% delle donne che si rivolgono per questi disturbi al ginecologo e/o al dermatologo.  E’ ancora una malattia misconosciuta da troppi professionisti della salute.

Spesso c’è confusione in merito a termini e classificazioni, ma soprattutto in merito alla procedura diagnostica.

 

Sintomatologia

Di fatto, proprio perché si tratta di una sindrome, possono essere compresenti vari sintomi ma non necessariamente tutti insieme :

  • bruciore (sentirsi come un mozzicone di sigaretta spento “lì sopra”, o come un

ferro rovente)

  • sensazione di irritazione, di “disepitelizzazione” , come di abrasione
  • una sensazione simile a microtaglietti, fino ad avere visibili ragadi o tagli sulla

mucosa

  • sensazione di secchezza
  • sensazione puntoria (come di spilli), pulsatoria
  • sensazione di tensione e anche di stiramento
  • gonfiore più o meno accentuato alla vulva (“gonfia come un canotto”)
  • vi può anche essere solo un lieve sentore di fastidio

 

Questi sintomi possono essere condensati in un altro termine utilizzato dagli anglosassoni per tale patologia: disestesia ( vulvar dysesthesia ), ove per disestesia si intende un’alterata percezione degli stimoli esterni che in questo caso sono

amplificati e generano una condizione di esasperata ipersensibilità Si tratta cioè di una mucoreattività alterata: percepisci un lieve tocco “come se ti si spegnesse su un mozzicone di sigaretta”, o comunque un forte fastidio.

Si ipotizza che la condizione di flogosi ripetuta possa innescare un perpetuarsi della sintomatologia in assenza della eventuale causa che l’aveva innescata: una candidosi, un’infezione batterica, la stessa cura con ovuli e lavande non adeguate (che danneggiano fortemente il delicato equilibrio dell’ecosistema vaginale ), oppure irritazioni da sostanze chimiche o da componenti meccaniche (traumi, sfregamenti, un coito non lubrificato etc.) cioè tutto ciò che reca un (ripetuto) insulto alla mucosa, un danno tissutale (=un’abrasione dei tessuti, un microtrauma).

 

Diagnosi:

Il test che si effettua per la diagnosi è lo Swab test  che consiste nel toccare con la punta di un cotton fioc  specifici punti del vestibolo, azione che in caso di vestibulodinìa provoca una netta sensazione algica (=dolorosa) e/o di bruciore, comunque sproporzionata.

 

Le cause

Agenti patogeni (candida, infezioni batteriche o virali)

Agenti chimici

1 – L’urina e acida, può essere molto irritante, specie se si è scarsamente idratate.

2 – Saponi soprattutto neutri o basici (la maggioranza in commercio), ma anche l’uso di detergenti intimi (anche se a pH fisiologico), che vanno assolutamente evitati; residui di sapone sulla biancheria intima.

3 – Il cloro delle piscine, il sale del mare.

4 – Sostanze chimiche dei medicinali a uso topico spalmati in loco , anche a seguito di terapie prescritte per il bruciore, quali per es. i cortisonici.

5 – Coloranti dei vestiti.

6 – Moltissimi lubrificanti vaginali

Agenti ormonali

1 – Le fluttuazioni ormonali possono influenzare molto la SVV. Pare assodato che gli estrogeni, per la fase premestruale in cui i sintomi possono peggiorare (ma non è detto), siano in grado di iperattivare i mastociti, i quali liberano sostanze pro infiammatorie in maggior quantità.

Agenti microtraumatici

1 – Laserterapia o DTC: se queste metodiche arrivano a danneggiare il derma, possono causare un danno alle terminazioni nervose responsabili della trasmissione degli impulsi dolorosi.

2 – Un banale rapporto sessuale in assenza di lubrificazione e/o con muscolatura pelvica contratta

3 – Pantaloni con cavallo troppo stretto, che provochino uno sfregamento dei tessuti già infiammati.

4 – Alcune attività sportive, quali bici/cyclette/spinning, equitazione, etc.

 

 

Alla base del circolo vizioso?

Alla base del ciclo vizioso che mantiene la vulvodinìa vi sarebbe una diminuzione della soglia di attivazione dei nocicettori, speciali neuroni con terminali “liberi” presenti nel tessuto connettivo di questo distretto. In presenza di microtraumi o di fenomeni infiammatori anche lievi , alcuni mediatori chimici tissutali ( i.e. sostanze algostimolanti come: istamina, leucotrieni, prostaglandine, bradichinina, serotonina, etc.) possono attivare il sistema nocicettivo, liberando la cosiddetta sostanza P ( P = iniziale del vocabolo inglese pain , “dolore”), noto neurotrasmettitore del dolore. Tale sostanza libera altra istamina, a sua volta algostimolante. Questo sofisticato meccanismo di regolazione del dolore è fisiologico e si verifica in tutti gli individui. Nelle pazienti affette da vulvodinìa la soglia di attivazione del sistema nocicettivo sarebbe invece più bassa, con percezione del dolore anche in presenza di stimoli minimi.

Tutto questo complesso quadro può innescare una nevrite, una neuropatia (=sofferenza delle fibre nervose), cioè un’infiammazione delle piccole fibre nervose che innervano l’area genitale.

L’infiammazione del complesso d’ innervazione anogenitale può essere uno dei fattori di mantenimento del dolore/bruciore e della conseguente contrattura (ipertono) dei muscoli del pavimento pelvico.

 

 

Trattamento

– Integratori (palmitoiletanolamide e ac alfalipoico) con attività antinfiammatoria

– Anestetici locali in crema:anestetici topici in crema, come la lidocaina, possono essere applicati

direttamente in sede vestibolare per alleviare transitoriamente il dolore, soprattutto prima dei rapporti sessuali.

– Farmaci ( e.g. amitriptilina, gabapentin e pregabalin a basse dosi):queste molecole modificano i livelli dei neurotrasmettitori (sostanze chimiche che conducono gli impulsi da un nervo all’altro);

– Elettrostimolazione antalgica TENS : la TENS (acronimo di Transcutaneous Electrical Nerve Stimulator, “stimolatore elettrico transcutaneo dei nervi”) è una metodica terapeutica di applicazione di correnti elettriche a basso voltaggio

attraverso la cute. Viene utilizzata una sonda da inserire in vagina.

– Riabilitazione della muscolatura del pavimento pelvico: la rieducazione al rilassamento di una muscolatura pelvica ipercontratta con presenza di numerosi trigger point può contribuire a ridurre la percezione del

dolore.

– Terapia infiltrativa vestibolare: l’infiltrazione vestibolare di cortisonici associati ad anestetici locali si è dimostrata utile in forme molto localizzate a livello vestibolare. L’infiltrazione porta il farmaco nella sottomucosa.

– Terapie alternative: agopuntura, massaggi,omeopatia, tecniche di rilassamento quali yoga , meditazione, focalizzazione sul respiro.

 

 

                                                                                                                                         Dottssa Garofalo Greta

                                                                                                                              Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: Vulvodinia

Endometriosi

Endometriosi: sintomi, diagnosi e terapia. In Italia 3 milioni le donne affette

L’esatta prevalenza della endometriosi è sconosciuta ma si stima che questa malattia sia presente nel 2-10% della popolazione generale femminile. Tra le pazienti con problematiche di sterilità, l’incidenza dell’endometriosi è di circa il 50%

L’endometriosi è una patologia femminile molto diffusa che colpisce circa 3 milioni di donne in Italia ed è presente – secondo uno studio europeo dell’ESHRE – in circa il 50% delle donne affette da sterilità.Il 5% delle donne che ricorrono alla PMA, hanno come unica indicazione di sterilità l’endometriosi.
Edometriosi
Endometriosi: di cosa si tratta e quali sono i sintomi
L’endometriosi è una patologia caratterizzata dalla anomala presenza di tessuto endometriale all’esterno dell’utero, che causa uno stato di reazione infiammatoria cronica.L’endometrio è lo strato di tessuto mucoso che riveste la cavità interna dell’utero e per effetto dell’influenza di estrogeni e progesterone, secreti dalle ovaie durante il ciclo mestruale, l’endometrio si rinnova regolarmente e ciò garantisce la presenza costante di un ambiente adatto all’impianto di un embrione.Nella donna affetta da endometriosi, il tessuto endometriale si sviluppa anche laddove non dovrebbe esserci, ossia al di fuori dell’utero. In medicina, l’endometrio situato laddove non dovrebbe esserci prende il nome di endometrio ectopico o tessuto endometriale ectopico.“I sintomi possono essere diversi. Si può accusare dolore pelvico cronico, dolore durante le mestruazioni (dismenorrea), dolore durante la defecazione (discheczia) e dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia). Mentre alcune donne affette da endometriosi sono colpite da uno o più sintomi tipici della malattia, in altri casi la presenza dell’endometriosi è asintomatica e la sua diagnosi è occasionale durante l’esecuzione di interventi chirurgici pelvici per altre patologie o durante l’esecuzione di un taglio cesareo. In molti casi, le donne colpite da questa patologia lo scoprono solo quando incontrano qualche difficoltà ad avere un figlio e ricorrono ai trattamenti di PMA (procreazione medicalmente assistita).

Endometriosi: la diagnosi
Il sospetto di endometriosi nasce quasi sempre sulla base della storia clinica della donna, compreso il riscontro di una sterilità involontaria, e sulla presenza dei sintomi tipici della malattia. Successivamente l’esame clinico ed ecografico, possono corroborare i sospetti di endometriosi, ma solo attraverso una laparoscopiaè possibile visualizzare direttamente i focolai di endometriosi e confermare la diagnosi.Esistono diverse modalità per determinare lo stadio della gravità della malattia che però non sempre sono in grado di riflettere la severità della sintomatologia e dei problemi di infertilità che colpiscono la donna.Il rischio per le donne è quindi quello di non ricevere per lungo tempo una corretta diagnosi e tanto meno un corretto trattamento. La tempestività con cui si individua la patologia è molto importante poiché l’aggravarsi dell’endometriosi potrebbe portare alla perdita della capacità riproduttiva.

 

Secchezza vaginale

Problemi intimi di secchezza vaginale

secchezza vaginale
La secchezza vaginale è un problema molto diffuso … ne soffre 1 donna su 4…..che può interessare tutte le fasi della vita femminile e  che crea disagi nel quotidiano e nell’intimità di coppia …che puoi efficacemente risolvere!

PARLANE CON IL TUO GINECOLOGO DI FIDUCIA

 

Quali sono le cause della“secchezza” vaginale?

La secchezza vaginale è la principale manifestazione di una condizione nota come atrofia vaginale (o vaginite atrofica), conseguente alla ridotta produzione di estrogeni.

Il deficit estrogenico induce delle modificazioni locali, quali ispessimento e infiammazione della mucosa vaginale e riduzione delle secrezioni vaginali, che sono responsabili della comparsa dei seguenti sintomi:

-secchezza vaginale

– irritazione, bruciori locali, talvolta prurito

– dolore durante il rapporto sessuale

– perdite di sangue vaginali spontanee o durante/a seguito del rapporto sessuale.

L’atrofia vaginale, oltre a dare fastidiosi disturbi e disagi che inevitabilmente si ripercuotono anche sulla intimità di coppia (la ridotta lubrificazione vaginale rende difficoltoso e doloroso il rapporto sessuale), può esitare in complicanze quali: microlesioni della mucosa interna/cute esterna, disturbi urinari (urgenza e frequenza minzionale) e infezioni ricorrenti (cistiti, vaginiti).

 

È un problema comune?

La secchezza vaginale è un problema estremamente comune che, pur caratteristico della menopausa, può presentarsi in qualsiasi età della vita femminile. Secondo l’Associazione degli Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) una donna su quattro soffre di questo disturbo.

 

Chi sono le donne più a rischio?

Sono quelle che per motivi fisiologici (naturali) o iatrogeni (per cause esterne) sono esposte a situazioni

di ridotta produzione di estrogeni:

assunzione di terapia anticoncezionale ormonale (la pillola “mette a riposo” le ovaie)

puerperio (per le modificazioni ormonali transitorie che seguono al parto)

allattamento (la prolattina, ormone che stimola la produzione del latte, “mette a riposo” le ovaie)

assunzione di terapie antitumorali ormonali (terapia anti-estrogenica nelle donne operate per tumore al seno) e di alcuni chemioterapici

menopausa (per l’esaurimento dell’attività delle ovaie)

Altre possibili cause di secchezza vaginale sono: terapie farmacologiche (alcuni antidepressivi), patologie (diabete, sindrome di Sjögren, lichen scleroatrofico vulvare), amenorree disfunzionali (es. da dieta drastica, disturbi del comportamento alimentare, stress psico-fisico cronico), cause psicosessuali (inadeguata eccitazione sessuale).

 

Cosa si deve fare?

Bisogna rivolgersi con fiducia al proprio ginecologo che individuerà la soluzione più indicata nello specifico caso in modo da dare una risposta efficace e risolutiva al problema.

Per contrastare l’atrofia vaginale è possibile ricorre all’utilizzo di estrogeni locali (creme, ovuli, compresse, anello) o a soluzioni naturali non ormonali, disponibili in forma di crema o gel ad azione idratante e lenitiva, come quelle a base di acido ialuronico. Queste ultime trovano in particolare indicazione nelle donne per le quali è controindicato l’uso di terapie a base di ormoni (come nel caso delle pazienti oncologiche).

È importante inoltre mantenere un’igiene intima corretta, utilizzando un detergente specifico con pH adeguato all’ambiente vaginale e all’età.

Dott.ssa Garofalo Greta

 Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: secchezza vaginale

Menopausa precoce

Menopausa precoce: un nemico per il cuore

menopausa precoceE’ risaputo ormai da tempo che le donne rispetto agli uomini sono meno colpite dalle Malattie cardiovascolari (CVD) per l’effetto protettivo degli ormoni ovarici sulle pareti vasali. Tale disparità si interrompe drammaticamente dopo la menopausa, con la cessazione della produzione di tali ormoni .I ricercatori hanno studiato un sottogruppo di donne arruolate nel WHI (Women’s Health Initiative), che al momento dell’arruolamento non erano affette da CVD. Circa 28.000 donne sono state seguite per 13 anni. Le donne con periodo fertile, cioè con periodo compreso tra il menarca e la menopausa, di più lunga durata sono risultate quelle a più basso rischio di patologia cardiovascolare, indipendentemente dalla razza e dall’etnia.

Nelle donne con menopausa precoce è stato evidenziato un rischio molto alto di malattia coronarica, analogo a quanto già dimostrato da tempo nelle pazienti sottoposte ad ovariectomia bilaterale.

Nel WHI è inoltre emerso che nelle donne che all’inizio della menopausa hanno iniziato subito la terapia ormonale sostitutiva per la menopausa (HT) la malattia coronarica ha un’incidenza significativamente inferiore.

Questi dati sostengono l’ utilità della HT in donne sintomatiche, per lo meno fino a 10 anni dall’inizio della menopausa, in assenza di significative controindicazioni (tumori mammari o dell’endometrio, trombosi vascolare recente, patologia epatica, cardiopatia ischemica in atto, ecc.).

                                                                                                                          Dottssa  Garofalo Greta

                                                                                                                            Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: menopausa precoce

La Sindrome dell’Ovaio Policistico: una cura personalizzata

OVAIO POLICISTICOLa Sindrome dell’Ovaio Policistico è il disturbo ormonale più frequente fra le donne. Si stima, infatti, che circa il 5-10% della popolazione femminile in età fertile ne soffra in varia misura.

Che cos’è l’ovaio policistico?

Nelle donne affette da questa patologia, il sistema endocrino ha difficoltà nell’individuare a livello ovarico il “follicolo dominante”, che normalmente regola il ciclo mestruale. L’ovaio, che lavora più lentamente, assume un particolare aspetto dovuto a numerose cisti follicolari (da cui il nome policistico o micro-policistico), rendendolo facilmente riconoscibile tramite ecografia. Questa anomalia è uno sbilanciamento ormonale a favore della parte androgenica (ormoni mascolinizzanti).

Quali sono i sintomi?

I sintomi più comuni, che si possono presentare da soli o in combinazione, sono: l’irregolarità mestruale, che può portare a infertilità, e l’aumento degli ormoni maschili (iperandrogenismo), con conseguente irsutismo (crescita di peli superflui), acne e alopecia (perdita di capelli). A questi disturbi spesso si associano il sovrappeso, l’obesità e l’insulino-resistenza, condizione che può predisporre al diabete in età adulta.

Le cause?

Le cause di questo disturbo non sono del tutto note. I motivi potrebbero essere genetici, infiammatori, ambientali, ma molto probabilmente si tratta di una sommatoria di tutti questi fattori.

Come si può curare l’ovaio policistico?

Per curare la Sindrome dell’Ovaio Policistico bisogna considerare diverse variabili tra cui: l’età della donna, l’entità dei sintomi e l’eventuale ricerca di una gravidanza.  Un approccio integrato multidisciplinare (endocrinologo, diabetologo, dermatologo, nutrizionista) può rappresentare la risposta più efficace per personalizzare la terapia per ogni paziente. I disturbi possono variare molto da donna a donna e ogni paziente avrà obiettivi diversi a seconda delle fasi della propria vita.Per questo, oltre alla terapia ormonale, il ginecologo, insieme agli altri specialisti, può ricorrere a una serie di altri rimedi, come gli ipoglicemizzanti orali, l’utilizzo di prodotti a base di inositolo o di particolari probiotici e supporti nutrizionali mirati al controllo del peso.

Dottssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

Denti e gengive in gravidanza

Perché in gravidanza aumentano i problemi a denti e gengive?

DentiIn gravidanza, estrogeni e ritenzione idrica da una parte, e cambiamento della composizione della saliva a causa degli ormoni dall’altra sono alla base dei problemi a denti e gengive, come gengiviti e carie. Sulle gengive è ben evidente l’effetto dell’aumento degli estrogeni in circolo che, insieme a un’accentuata tendenza alla ritenzione idrica, provoca l’ispessimento delle gengive. Da qui le gengiviti in gravidanza, dette gengiviti gravidiche, che hanno spesso un’insorgenza rapida e precoce fin dal primo trimestre ma la cui intensità varia da soggetto a soggetto e dipende anche dalle predisposizioni individuali – spiega la dottoressa Garofalo Greta, specialista in Ginecologia e Ostetricia. – Oltre alle gengive anche i denti possono soffrire in gravidanza: il cambiamento della composizione della saliva in gravidanza può portare ad un aumentato rischio di carie: la saliva diventa più acida, più ricca di glicoproteine che la rendono più viscosa e densa, impedendole di svolgere la sua funzione principale di prevenzione della carie. Normalmente la saliva agisce alzando il pH della bocca ed eliminando l’acidità creata dai batteri che vivono nella bocca nutrendosi degli zuccheri depositati sui denti. Quando però, come accade in gravidanza, la saliva diventa più acida, i batteri non trovando resistenze, continuano a nutrirsi di zuccheri, attaccano i denti e li bucano con gli acidi prodotti dalla loro digestione degli zuccheri. Per questo motivo in gravidanza è molto importante seguire una scrupolosa igiene dentale e prevenire l’insorgenza della placca, anticamera della carie. Infatti, se alle donne in gravidanza è sconsigliato sottoporsi alle cure dentali che prevedono raggi X, sono invece molte le soluzioni che possono essere adottate senza raggi X, come per esempio l’ablazione del tartaro che migliora significativamente il problema della placca in gravidanza.

                                                                                                                                      Dott.ssa Garofalo Greta

                                                                                                                            Specialista in Ginecologia e Ostetricia

Attività fisica in gravidanza

Gravidanza, sì all’attività fisica: quattro benefici per la futura mamma

gravidanxaChi pensa di dover appendere al chiodo tuta e scarpe da ginnastica perché incinta si sbaglia. Anzi, anche le donne che prima della gravidanza erano sedentarie farebbero meglio a praticare un po’ di attività fisica: l’esercizio, nei nove mesi di dolce attesa, fatto con criterio, è benefico per la salute della futura mamma e anche di quella del feto.

L’attività fisica non è controindicata in gravidanza, dice il ministero della Salute. Dalla semplice camminata alla ginnastica dolce all’esercizio fisico in acqua: per le donne in buona salute, sottolinea il ministero, bastano 30-40 minuti al giorno a bassa intensità. Solo dall’ottavo mese occorre prestare un’attenzione più particolare e limitarsi a eseguire esercizi per la respirazione e di rilassamento, suggeriscono gli esperti.

Ecco i principali vantaggi dell’attività fisica in gravidanza, consigliata «a tutte le pazienti, anche non allenate, a meno che non ci siano problemi di salute», dice la dottoressa Garofalo Greta Specialista in  Ostetricia e Ginecologia:

  • Minor aumento di peso;
  • migliore circolazione soprattutto negli arti inferiori;
  • muscolatura delle gambe e della schiena più forte, che protegge dal rischio di dolori;
  • se la donna è in forma, con addominali e perineo tonici, generalmente risulta meno difficile la fase espulsiva, in cui la collaborazione della paziente è fondamentale.

Meglio corsi per donne in gravidanza che “fai da te” in palestra

Un importante rischio da scongiurare è proprio l’eccessivo aumento di peso in un momento delicato in cui la donna deve sopperire alle esigenze del feto e in cui cambiano le esigenze nutrizionali. Se si aumenta molto di peso si può andare incontro a possibili complicanze, a cominciare dal diabete gestazionale. Nel primo trimestre di gravidanza, dice il ministero della Salute, l’aumento di peso della mamma si deve all’aumento del volume di sangue e alla crescita dell’utero e si aggira generalmente intorno a 1 Kg. Dal quarto mese il peso, per donne normopeso, cresce di circa 1/2 kg a settimana. Per loro l’incremento può essere compreso tra 9 e 16 kg.L’attività fisica deve essere però autorizzata dal ginecologo e va sempre associata a una dieta sana. Se si fa sport al mattino è bene concedersi una buona prima colazione con cibi digeribili ed energetici, se di pomeriggio stesso discorso per il pranzo. Sconsigliato il fai-da-te in palestra: meglio iscriversi a un corso espressamente rivolto a donne incinte.

Dottssa Garofalo Greta-

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

Hpv 9-valente

Arriva in Italia il primo vaccino anti Hpv 9-valente

cattura1All’incirca l’80% delle donne sessualmente attive e il 50% degli uomini ha avuto nel corso della vita un’infezione da virus HPV ( papillomavirus umano), molte delle quali eliminate spontaneamente dal sistema immunitario. Sono queste le ultime stime diffuse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, percentuali importanti che invitano ad una maggiore attenzione verso le malattie a trasmissione sessuale,  in crescita anche tra i giovani con azioni di sensibilizzazione e nuovi strumenti di prevenzione. Ora  anche in Italia, il vaccino 9-valente, efficace cioè contro 9 ceppi di HPV tra i più pericolosi, indicato sia per i maschi sia per le femmine.

IL NUOVO VACCINO – Rappresenta un’evoluzione rispetto al vaccino quadrivalente e bivalente già esistenti e in uso in Italia, non solo perché garantisce protezione contro 9 tipologie del virus HPV, ovvero i genotipi 6, 11, 16 e 18 (i primi due responsabili dei condilomi mentre gli ultimi due responsabili dello sviluppo di diversi tumori fra cui quello della cervice uterina) e una estensione anche ai ceppi 31, 33, 45, 52 e 52 ritenuti anch’essi ad alto rischio oncogeno – ma anche per l’aumentata efficacia con percentuali pari al 97%. Il nuovo vaccino promette  – rispetto ai due precedenti vaccini – di ridurre ulteriormente del 20% l’insorgenza di tumori dall’HPV e del 50-80% lo sviluppo di possibili lesioni precancerose. Ogni anno in Italia si registrano all’incirca 2.000 nuovi casi di tumori legati all’HPV nei maschi, suddivisi fra carcinomi oro-faringei, ano-rettali e del pene, e 4.400 fra le donne comprendenti tumori dell’oro-faringe, vaginali e della cervice uterina. Non meno preoccupante è la stima diffusa dall’Istituto Superiore di Sanità circa le lesioni precancerose: 80.000 diagnosi annuali di condilomi genitali nei maschi e 130.000 fra le donne.

A CHI SERVE IL VACCINO – Come sempre ai giovanissimi, i più a rischio per la contrazione di malattia a trasmissione sessuale e verso cui oggi si rivolge la tutela per una salute sessuale sana. «La maggiore prevalenza di infezioni da HPV  si riscontra fra i ragazzi di età inferiore ai 25 anni, con l’inizio cioè dell’attività sessuale» spiega la dottssa Garofalo Greta specialista in Ginecologia e Ostetricia «Dunque il momento ideale per la somministrazione del vaccino, a scopo preventivo e protettivo, è fra i 9 e 14 anni di età, prima che cominci una vita sessualmente attiva,in ogni caso è possibile vaccinarsi anche in fasce di età superiori ed è indicata soprattutto in soggetti immunocompromessi ».

Dottssa Garofalo Greta
Specialista in Ginecologia e Ostetricia

La forza del nuovo vaccino. Il vaccino 9-valente – testato in oltre sette studi che hanno coinvolto più di 15.000 persone in 30 Paesi – è un’evoluzione dei due vaccini già disponibili fino ad oggi, il bivalente e il quadrivalente. Quello nuovo aggiunge sette sierotipi per quanto riguarda il vaccino bivalente e cinque sierotipi rispetto al vaccino quadrivalente. “Un aumento di questa portata può ridurre drasticamente i tumori Hpv-correlati” spiega Giancarlo Icardi, referente Gruppo Vaccini della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI). “Già con i due vaccini finora disponibili possiamo prevenire circa il 70% dei tumori della cervice uterina correlati ai sierotipi 16 e 18; aggiungere cinque ulteriori sierotipi aumenta notevolmente la copertura e ci consentirà di prevenire fino al 90% dei tumori da Papillomavirus”. L’ampio spettro di copertura del vaccino 9-valente porterà, inoltre, una riduzione anche delle altre forme tumorali causate dal papillomavirus e anche delle lesioni precancerose con una conseguente riduzione nelle donne degli interventi chirurgici. Il nuovo vaccino 9-valente, infatti, ha un potenziale di prevenzione del 90% per il cancro del collo dell’utero, del 75-85% per le lesioni precancerose, dell’85-90% per il cancro della vulva, dell’80-85% per il cancro della vagina, del 90-95% per il cancro dell’ano e del 90% dei condilomi genitali. Inoltre, ha dimostrato di essere efficace nel prevenire il 97,4% delle lesioni di alto grado della cervice uterina, della vagina, della vulva e dell’ano e dei cancri cervicale, vaginale e vulvare causati dai 5 ulteriori tipi oncogeni di Hpv (31, 33, 45, 52, 58).
Tumori e Hpv. Il tumore al collo dell’utero è causato principalmente dal virus Hpv ed è il quarto tumore più frequente nelle donne nel mondo e il secondo più comune nelle giovani donne (15-44 anni). “In Italia – spiega Giovanni Scambia, presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia – l’incidenza del tumore della cervice è in calo grazie ai programmi di screening, pur con differenze territoriali, con un tasso di incidenza di circa 10/100.000. Si stima che ogni anno le donne colpite da questo tumore siano circa 3.000 e ne muoiano circa 1.100. In Italia si stima che, nel corso della propria vita, 1 donna su 162 andrà incontro ad un tumore della cervice ed 1 donna su 129 morirà per questa causa”. Hpv non è solo cancro della cervice uterina, ma anche tumori del basso tratto genitale, vulva, vagina, ano, pene, e tumori del distretto testa-collo. In Italia sono stati stimati circa 1.078 cancri della vulva, 237 cancri della vagina, 457 cancri anali nei maschi e 673 casi di cancro anale/anno nelle donne. A questi dati si aggiungono circa 120.000 nuovi casi ogni anno di lesioni genitali benigne (condilomi), dovuti agli Hpv a basso rischio, in entrambi i sessi.

L’Hpv nei maschi. L’infezione da papillomavirus non colpisce solo le donne. “Come gli altri virus a trasmissione sessuale” spiega Andrea Lenzi, presidente della Società Italiana di Endocrinologia “l’Hpv colpisce in uguale percentuale gli uomini e le donne. Circa il 70% dei soggetti di sesso maschile contrae un’infezione da uno o più ceppi di Hpv durante l’arco della vita. In Italia è stata anche dimostrata una maggiore prevalenza di condilomatosi nel sesso maschile, soprattutto tra i giovani di età inferiore ai 25 anni, con un preoccupante trend in aumento negli ultimi anni”. Ecco perché la vaccinazione anti-Hpv è stata estesa ai maschi adolescenti dal nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019, incluso nei Livelli Essenziali di Assistenza.

L’importanza della prevenzione. L’infezione da Hpv può permanere nel tempo, le lesioni locali possono essere eliminate ma esiste un rischio di recidiva che richiede controlli periodici e a volte la necessità di ‘ritrattamenti’ che creano un forte stress e pesano sulla quotidianità. “Le lesioni, se non trattate, possono evolvere in cancro, e i casi che sfuggono al controllo possono andare incontro a metastasi” dichiara Carmine Pinto, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica. La sopravvivenza di questi pazienti cambia a seconda della natura e dell’estensione della patologia. “Se siamo in presenza di lesioni precancerose o di carcinomi in situ (non invasivi), questi possono essere asportati e si ottiene la guarigione del paziente anche se c’è un rischio di recidiva. Diversa la sopravvivenza nel caso si tratti di un carcinoma invasivo. Se la malattia è avanzata con metastasi a distanza, purtroppo il paziente non è più guaribile, e la cura è rappresentata dalla chemioterapia” prosegue l’oncologo. Ecco perché la prevenzione è d’obbligo. “Ancora oggi, purtroppo, vediamo donne giovani che non si sottopongono ai programmi di screening per i tumori della cervice uterina, e che sviluppano un tumore metastatizzato. Tutto questo potrà essere eliminato con la prevenzione e con il programma di vaccinazione” conclude Pinto.

Il nuovo programma di vaccinazione. Con il Piano vaccinale 2017-2019 le nuove vaccinazioni, come quella contro l’Hpv, sono state incluse nei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza. “Questo garantisce l’applicazione del Piano non a macchia di leopardo, ma in modo equo in tutto il Paese” dichiara Fausto Francia, presidente della SItI. “Inoltre, l’estensione della vaccinazione anti-Hpv anche ai maschi supera un’errata valutazione che la catalogava di fatto come immunizzazione di genere. Infine, nel Piano si chiarisce un altro elemento che in passato ha generato confusione: la vaccinazione serve a combattere tutte le patologie Hpv-correlate, quindi anche i condilomi genitali, la cui riduzione veniva da molti sottovalutata e che invece rappresentano un impegno gravoso per la Sanità Pubblica”.

Quando vaccinarsi. La vaccinazione deve essere somministrata prima di entrare in contatto con il virus per avere la massima protezione possibile. L’età ideale è fra i 9 e 14 anni: in Italia la strategia scelta è la vaccinazione con una somministrazione a 2 dosi fino a 14 anni; con 3 dosi dopo i 14 anni. In Italia attualmente in nove Regioni (Trentino, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna) viene effettuata la vaccinazione universale contro l’Hpv, vaccinando anche il maschio.

I numeri dell’Hpv. Quasi tutte le persone sessualmente attive contraggono il papillomavirus. Il 60-90% delle infezioni da Hpv, incluse quelle da tipi oncogeni, si risolve entro 1-2 anni dal contagio. A volte, però, il sistema immunitario non riesce a eliminarlo: l’infezione si sviluppa in modo quasi sempre silente e nell’arco di circa 5 anni può condurre alla formazione di lesioni precancerose che possono progredire fino a sviluppare il cancro della cervice o altre forme di tumore anogenitale in entrambi i sessi anche a distanza di 20-40 anni. In Italia, si stima che ogni anno l’Hpv sia responsabile di circa 6.500 nuovi casi di tumori in entrambi i sessi, circa 12.000 lesioni anogenitali di alto grado nella donna e circa 80.000 casi di condilomi genitali. Ad esclusione del cancro della cervice uterina, per il quale esiste lo screening, per gli altri tumori non si dispone di un test per la diagnosi precoce e quindi la mortalità è molto elevata in entrambi i sessi.

Pillola contraccettiva: dieci punti per sfatare i luoghi comuni

Pillola contraccettiva1. “La pillola fa venire il cancro”: FALSO.
Importanti studi internazionali hanno anzi evidenziato come l’assunzione del contraccettivo orale protegga dal tumore dell’ovaio, dal tumore del corpo dell’utero e dal tumore del colon retto. In generale, la protezione è proporzionale alla lunghezza del periodo di assunzione: per più tempo si è fatto uso della pillola, maggiore è la riduzione del rischio.
2. “La pillola provoca Tromboembolismo venoso (Tev)”. L’EMA e l’AIFA hanno recentemente confermato che la pillola aumenta il rischio di trombosi venosa, ma l’aumento del rischio è basso in termini numerici (circa 10 volte meno che in gravidanza) e dipende dalla dose e dal tipo di estrogeno presente nel composto e dal tipo di progestinico. Con le pillole che contengono estradiolo i dati di laboratorio dimostrano un rischio molto più basso, anche se mancano i dati epidemiologici. Oggi sappiamo che le complicazioni trombo emboliche sono dovute principalmente al dosaggio dell’estrogeno contenuto nella pillola e probabilmente alla sua struttura molecolare e in minor misura al tipo di progestinico. L’importante è trovare la pillola più indicata a meno di non essere predisposta, di avere una storia familiare di trombosi o di soffrire di malattie della coagulazione; in questi casi la pillola e anche gli altri contraccettivi ormonali non sono indicati (come riportato nel foglietto illustrativo di tutte le pillole).
3. “La pillola toglie il desiderio sessuale”: FALSO.
Una scelta oculata del contraccettivo orale può favorire l’erotismo: alcune componenti della pillola riducono per esempio la secchezza vaginale. Inoltre una sessualità “libera”, scevra dalle preoccupazioni legate al rischio di una gravidanza indesiderata, può essere vissuta in maniera più soddisfacente e appagante.
4. “La pillola non è adatta alle giovanissime”. FALSO.
La pillola, al contrario, è particolarmente indicata per le Teens: i contraccettivi orali per esempio sono efficaci nel ridurre lesioni infiammatorie e non infiammatorie dell’acne facciale. La pillola inoltre inibisce l’attività delle ovaie e ne riduce la produzione di ormoni androgeni. Di conseguenza limita perdita di capelli, seborrea, peluria indesiderata.
5. “Non va bene prendere la pillola in pre-menopausa”. FALSO.
Come già accennato, La pillola contraccettiva protegge dal tumore dell’ovaio e per ogni 5 anni di utilizzo il rischio diminuisce del 20% e tale protezione si mantiene fino a 30 anni dalla sospensione. Spesso il cancro alle ovaie – il cui picco di incidenza è intorno ai 60-65 anni d’età – viene diagnosticato tardivamente a causa dell’assenza di sintomi della fase iniziale: ecco perché la pillola costituisce un’importante opzione preventiva, soprattutto in fase di pre-menopausa.
6. “A lungo andare la pillola può rendere meno fertili”. FALSO.
Quando si desidera una gravidanza, basta smettere di assumere il contraccettivo orale. Il ciclo mestruale tornerà ad avere le stesse caratteristiche “pre-trattamento”. La pillola non causa neppure eventuali malformazioni fetali, né può determinare un aumento degli aborti spontanei. Da evidenziare inoltre che i contraccettivi orali si sono dimostrati un’ottima arma per combattere l’endometriosi, patologia molto diffusa che può provocare infertilità.
7. “La pillola può modificare il mio umore e peggiorarlo”. FALSO.
Recentemente, anzi, alcuni studi hanno evidenziato che i contraccettivi orali possono essere efficaci nel trattare la sindrome premestruale severa (che include ansia, irascibilità, depressione, difficoltà nelle relazioni interpersonali).
8. “L’amenorrea provocata dalla pillola è pericolosa”. FALSO.
Durante il trattamento con la pillola estro-progestinica il rivestimento epiteliale dell’utero è generalmente più sottile rispetto a un normale ciclo ovulatorio. Di conseguenza la perdita mestruale risulta ridotta. La mestruazione, inoltre, può essere eliminata con l’utilizzo di efficaci regimi estesi di contraccezione ormonale. Sebbene a molte donne l’amenorrea non piaccia, è stato dimostrato che essa provoca un beneficio in termini di anemia da carenza di ferro e un minor ricorso a interventi chirurgici. La pillola è la terapia medica dell’endometriosi e potrebbe contribuire a prevenirla.
9. “La pillola fa ingrassare”. FALSO.
Ormai esistono molti tipi di contraccettivi orali, anche naturali. La scelta del giusto contraccettivo, da concordare con il proprio ginecologo, permette di evitare la ritenzione idrica e dunque l’accumulo di grasso indesiderato.
10. “Ho il ciclo mestruale irregolare: non posso prendere la pillola”: FALSO.
Uno degli effetti più noti e bene accettati dalle donne è proprio quello della regolarizzazione del ritmo mestruale “a orologio”. La maggior parte delle donne che assume la pillola sa con esattezza il giorno nel quale si verificherà il suo flusso mestruale.

Dott.ssa Garofalo Greta
Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: pillola

La terapia orale per il benessere intimo della coppia in menopausa

Menopausa: nuovo farmaco

MenopausaArriva anche in Italia un nuovo farmaco orale, privo di ormoni, per il trattamento dell’atrofia vulvare e vaginale sintomatica (AVV). Si chiama ospemifene ed è un nuovo modulatore selettivo del recettore degli estrogeni (SERM, Selective Estrogen Receptor Modulator). Non è un ormone ma induce alcuni degli effetti benefici degli estrogeni e aiuta a migliorare i sintomi dell’AVV, sia nelle forme moderate che severe nelle donne in post-menopausa che non sono candidate alla terapia estrogenica vaginale locale che è considerata la terapia di prima scelta più efficace per curare questo disturbo.
L’atrofia vulvovaginale è una condizione patologica femminile che riguarda circa il 50% delle donne in post menopausa (naturale o indotta chirurgicamente/farmacologicamente) e i cui sintomi principali sono secchezza vaginale e dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia). E’ ancora poco conosciuta e sotto diagnosticata: il 63% delle donne non sa che è una condizione cronica ed oltre il 50% dei medici non ne parla con la paziente. Irritazione, bruciore, prurito, infiammazione e dolore durante i rapporti sessuali: ecco i principali sintomi dell’atrofia vulvo-vaginale . Essa consiste nella progressiva modificazione della struttura del tessuto vaginale e vulvare in conseguenza della carenza di estrogeni, che portano ad un assottigliamento delle pareti della vagina che diventano più fragili e meno lubrificate.L’ AVV porta a un’importante riduzione della lubrificazione vaginale, inoltre può anche associarsi a lievi perdite ematiche per maggiore sensibilità a microtraumi e determinare uno spostamento del ph vaginale verso valori più alti (normalmente il ph vaginale è acido, compreso tra 4,5 e 5,5) creando la condizioni per ricorrenti cistiti, micosi e vaginiti batteriche, problemi che riguardano quasi il 40% delle donne in menopausa.L’atrofia vulvo-vaginale, oltre ad intaccare la qualità di vita delle donne in post-menopausa, ha conseguenze molto forti anche sulla vita di coppia, sia da un punto di vista relazionale che rispetto all’intimità sessuale. Ben il 67% delle donne con atrofia vulvo-vaginale evita l’intimità con il proprio partner.
Come spiegato dalla dottoressa Garofalo Greta, specialista in ginecologia e ostetricia, “la nuova terapia ovvero ospemifene permette di migliorare sintomi come la secchezza vaginale e la conseguente dispareunia, ossia il dolore causato da una secchezza severa durante i rapporti intimi; la disponibilità di un trattamento orale è importante poiché non solo riduce i sintomi, favorendo l’intimità di coppia, ma migliora notevolmente anche la qualità di vita della donna che soffre di AVV, una condizione cronica nella metà delle donne che entrano in menopausa”. Ma non solo: “Può essere usato nelle donne con tumore al seno che abbiano completato le cure ormonali e inoltre in quelle donne che hanno timore degli ormoni o non amano le terapie locali” aggiunge la dottoressa Garofalo. Non essendo un ormone, ma un SERM, ospemifene “è quindi in grado, a seconda dell’organo e del tessuto, di bloccare i recettori estrogenici, ad esempio a livello della mammella, oppure di stimolare i recettori estrogenici a livello di tutti i tessuti vaginali, assicurando così un buon trofismo dei tessuti e, di conseguenza, una buona lubrificazione”.
Gli studi clinici hanno dimostrato efficacia e buona tollerabilità nel trattamento dei disturbi vaginali correlati alla post-menopausa (secchezza e dispareunia) già dopo 4 settimane di terapia per raggiungere dopo 12 settimane il pieno effetto benefico.

Dott.ssa Greta Garofalo

Specialista in ginecologia e ostetricia