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Tumore della cervice uterina

Tumore della cervice uterinaCHE COS’E’

Il tumore della cervice uterina (o del collo dell’utero) è la terza neoplasia più frequente tra le donne, dopo quelle al seno e al colon-retto.In Italia vengono stimati circa 3.700 nuovi casi all’anno con una incidenza di dodici donne ogni centomila. La malattia colpisce il collo dell’utero, ovvero il segmento che pone in collegamento il corpo dell’utero con la vagina. Il rivestimento della cervice uterina è composto da due tipologie cellulari: squamose e ghiandolari, che di conseguenza possono dare origine a due diversi tumori (carcinoma a cellule squamose e adenocarcinoma). Le due zone confluiscono in un’area, la zona di transizione, da cui ha origine la maggior parte dei tumori (l’85 per cento delle diagnosi). Rispetto ad altri tumori, il tumore della cervice uterina ha il vantaggio di essere del tutto prevenibile e comunque ben curabile se rilevato precocemente. In genere, infatti, l’insorgenza di questa neoplasia non è un evento improvviso: spesso è caratterizzata da un’evoluzione lenta, da progressive modificazioni della mucosa di rivestimento del collo che da normale si altera fino ad arrivare al cancro, per motivi non sempre riconosciuti.

I SINTOMI E LA DIAGNOSI

Segno tipico del tumore della cervice uterina è il sanguinamento vaginale è il sintomo più importante: può essere post-coitale, o intermestruale o del tutto inaspettato (come in menopausa). Se la malattia è in fase avanzata, il sanguinamento può essere accompagnato da un dolore pelvico che può arrivare a riguardare anche gli arti inferiori. L’aumento delle secrezioni vaginali anomale può essere un altro segno della neoplasia. I sintomi compaiono in realtà quando la malattia è già in fase avanzata, mentre più spesso le diagnosi avvengono nelle prime fasi: attraverso i test di screening rivolti alle donne sane in assenza di sintomatologia. Il più diffuso rimane il Pap-test, il cui esito permette già di stabilire l’eventuale aggressività di una lesione precancerosa. Se l’esito dell’esame è positivo, lo specialista può indicare l’effettuazione di altri due test: la ricerca del Dna virale del papillomavirus umano (Hpv) e la colposcopia, che permette l’individuazione dell’area più sospetta dove praticare una biopsia. L’esame istologico è dirimente ai fini della certezza diagnostica, anche se un tumore di grosse dimensioni può risultare già alla palpazione o all’esame ispettivo. Per determinare la stadiazione del tumore, dopo aver ottenuto l’esito dell’esame istologico, si ricorre alla diagnostica per immagine (Tac, risonanza magnetica o Pet) per determinare l’estensione del tumore in maniera precisa.

COME SI CURA

Il trattamento del cancro del collo dell’utero è correlato all’estensione della malattia. Tre sono comunque i possibili approcci: chirurgico, chemioterapico e radioterapico (talvolta in associazione). Se la malattia è localizzata, si può rimuovere la porzione di tessuto colpita (conizzazione), senza per questo intaccare l’intero organo. L’isterectomia radicale è invece la soluzione a cui si ricorre se la malattia ha infiltrato gli strati più profondi della cervice uterina e che spesso risulta richiesta anche dalle pazienti, soprattutto se non hanno in mente di affrontare una gravidanza. In questi casi, assieme al ginecologo, si può decidere anche per l’asportazione delle ovaie e delle tube. L’intervento chirurgico può essere seguito dalla radioterapia, che in questo caso può essere anche interna ( brachiterapia ). In ogni caso, la radioterapia non preclude per la donna la possibilità di rimanere incinta dopo la malattia (a patto di aver effettuato un trattamento di preservazione della fertilità). Meno utilizzata è la chemioterapia, che trova spazio nelle forme più avanzate e infiltranti del tumore della cervice uterina.

PREVENZIONE

Pochi tumori possono contare sulla possibilità di essere prevenuti come quello alla cervice uterina. L’opportunità deriva dalla vaccinazione contro il papillomavirus umano (Hpv), oggi offerta gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale a tutti gli adolescenti tra l’undicesimo e il dodicesimo anno di età. Attualmente è disponibile un vaccino nonavalente che, rispetto ai bivalenti e tetravalenti, protegge da più ceppi (nove) del papillomavirus umano e previene anche altri tumori (alla vagina, all’ano, della testa e del collo). Il papillomavirus umano è la causa principale di questo tumore. Sebbene la maggior parte dei papillomavirus umani (al momento si conoscono un centinaio di sierotipi) sia innocuo sotto il profilo oncologico e che solo una parte minoritaria causa il cancro del collo dell’utero, è pur vero che non c’è possibilità che il tumore alla cervice uterina insorga senza la presenza e l’azione trasformante del virus. Dopo il contatto con esso, può svilupparsi una malattia precancerosa, che successivamente può trasformarsi in carcinoma. Il Pap-test, l’Hpv-test e la colposcopia sono gli esami in grado di riconoscere le lesioni pre-cancerose in modo tale da poterle efficacemente trattare (prevenzione secondaria). Le due strategie, adeguatamente integrate, hanno permesso di ridurre in maniera drastica l’incidenza e la mortalità per questa malattia. Sono inoltre considerati fattori di rischio per la malattia anche il fumo di sigaretta e la familiarità. Secondo alcuni studi, inoltre anche l’obesità aumenta la probabilità di ammalarsi, mentre l’allattamento al seno sembrerebbe giocare un ruolo protettivo.

                                                                                    Dottssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: Tumore della cervice, tumore della cervice uterina

Depressione pre e post parto

DEPRESSIONE PRE E POST PARTO: COME EVITARLA

In Italia ogni anno ne soffrono 90 mila donne, prima o dopo la gravidanza. La depressione pre o post partum (detta anche depressione perinatale) colpisce il 16% delle donne che affrontano la maternità e solo nella metà dei casi viene trattata adeguatamente. A questo fenomeno, così sottovalutato e in molti casi anche non riconosciuto o non trattato, è possibile porre rimedio con la prevenzione e con un giusto inquadramento diagnostico e terapeutico.   

depressione pre e port parto 1

L’impatto forte di una gravidanza per 1 donna su 7                  

Spesso sottovalutati, i disturbi dell’umore in questo particolare momento della vita possono invece essere un problema molto serio che colpisce le donne in un momento in cui sono vulnerabili e in cui tutti si aspettano di vederle felici. Una donna su sette li sperimenta prima o dopo il parto: il 13% sperimenta già un disturbo dell’umore durante le prime settimane dopo il parto, un dato che sale al 14,5% nei primi tre mesi postnatali con episodi depressivi maggiori o minori, e al 20% nel primo anno dopo il parto.Proprio per questo la Depressione Perinatale è considerata una delle più comuni complicanze durante la gravidanza e nel postpartum. La necessità di trattamenti efficaci è giustificata anche dagli alti tassi di suicidio (circa il 20% di tutti i decessi post-partum) e dalle conseguenze sul neonato.

Curare il disagio psichico in gravidanza e nel post-partum significa non solo trattare la mamma, ma ridurre il rischio di trasmissione intergenerazionale al neonato. A fronte di numerose ricerche scientifiche che documentano gli effetti negativi dei disturbi mentali perinatali sia sulla madre sia sul figlio, la psicopatologia perinatale in Italia risulta ancora sottostimata e non adeguatamente curata, a differenza di quanto accade in molti altri paesi internazionali.

Come si tratta questo disturbo?

depressione pre e post parto 2Nonostante la depressione perinatale sia molto frequente, solo la metà di esse riceve un trattamento appropriato.Dopo un’attenta valutazione psicopatologica è indispensabile condividere con la donna, e quando è possibile anche con il partner, il trattamento più appropriato.Se i sintomi depressivi sono lievi e non hanno un impatto sulla qualità di vita della donna generalmente la psicoterapia rappresenta il trattamento di scelta. Tuttavia quando i sintomi depressivi sono moderati o gravi bisogna prendere in considerazione anche l’utilizzo di una farmacoterapia.

La scelta del trattamento farmacologico non è sempre facile. Tra i farmaci disponibili in commercio gli antidepressivi sono considerati il trattamento di scelta per le donne con depressione nel periodo perinatale. La decisione su quale psicofarmaco prescrivere durante la gravidanza si basa sulla valutazione del rischio beneficio e sui bisogni clinici delle singole pazienti: sia i sintomi depressivi che l’esposizione agli antidepressivi possono essere associati a dei rischi come cambiamenti nella crescita fetale e a una più breve gestazione. Il potenziale aumento del rischio deve essere considerato nel contesto dei benefici del trattamento della depressione in gravidanza o durante l’allattamento.

Esistono prove considerevoli del fatto che la decisione di non prescrivere antidepressivi a una donna in gravidanza che abbia sintomi depressivi da moderati a gravi possa comportare maggiori rischi per la donna e il suo feto che i rischi di esposizione al farmaco stesso.La decisione di utilizzare un trattamento farmacologico in donne in gravidanza e/o in allattamento dovrebbe sempre essere condivisa e discussa con la donna e il suo partner e dovrebbe essere accompagnata da un consenso informato scritto, sia per motivi medici legali, nonché per garantire una corretta comprensione dei rischi e dei benefici del trattamento.

I sintomi della depressione perinatale non sono diversi da quelli della depressione nella popolazione generale, ma nel peripartum spesso sono presenti anche sentimenti di inadeguatezza e scarsa autostima nell’assumere il ruolo di madre e ossessioni di fare del male al bambino. Nel postpartum è importante distinguere il Maternity Blues da sintomi psicopatologici inquadrabili nella Depressione Post partum. Il Maternity Blues è una condizione non patologica, è transitoria e si risolve spontanemente in pochi giorni.

Ben diversa è la Depressione. Quando si parla di Depressione Perinatale si parla anche di “Depressione Sorridente”, ovvero di una condizione solo di apperente felicità, oppure di “Depressione Muta”, ossia la tendenza a nascondere il proprio disagio e la chiusura relazionale da parte della donna. Alla base di queste condizioni c’è la paura della gravida e neo mamma di essere giudicata e di essere vista come una “cattiva” madre .

 

Cosa si può fare per prevenirlo e come agire se ci si accorge di esserne vittima?

Le principali linee guida internazionali sono concordi che per prevenire la depressione perinatale è necessario uno screening rivolto a tutte le donne in gravidanza e nel post partum. Ad oggi sono disponibili diversi strumenti di valutazione della psicopatologia perinatale, anche se non c’è al momento una parere unanime da parte della comunità scientifica sulle tempistiche di somminsitrazione e su quali strumenti utilizzare. La ricerca scientifica tuttavia ha mostrato che uno screening già a partire dal primo trimestre di gravidanza, indipendentemente dalla frequenza, e la prevenzione divulgativa effettuata all’interno dei contesti ginecologici ostetrici prima, e pediatrici dopo, riduce il rischio di psicopatologia materna. Accanto però allo screening sistematizzato e alla prevenzione primaria dovrebbe esserci la presa in carico da parte di professionisti sanitari della salute mentale perinatale, che garantisca la giusta diagnosi e il trattamento personalizzato per ognuna delle donne individuate a rischio sviluppare un disturbo depressivo.

Dott.ssa Garofalo Greta-

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: Depressione pre e post parto; depressione pre parto; depressione post parto

Gambe gonfie in gravidanza

5 CONSIGLI CONTRO LE GAMBE GONFIE IN GRAVIDANZA

Gambe gonfie in gravidanza

Fra i risvolti negativi della gravidanza ci sono alcuni disturbi, generalmente di lieve entità, che possono però ridurre la qualità di vita della donna. Tra questi il gonfiore agli arti inferiori: le gambe si appesantiscono e si avverte una sorta di sensazione di stanchezza. Quali sono i rimedi a disposizione delle future mamme per far fronte a questa condizione

Perché le gambe diventano gonfie

Il gonfiore degli arti inferiori è riconducibile alle modificazioni meccaniche e biochimiche che subisce il corpo delle donne oltre che all’esposizione ad alcuni fattori ambientali. Sicuramente c’è una predisposizione genetica all’insorgenza di questo disturbo ma ci sono dei fattori che possono esasperare l’affezione: il clima caldo, la sedentarietà, trascorrere molte ore in piedi.In gravidanza il corpo della donna subisce alcune variazioni di tipo ormonale: nel primo trimestre aumenta la quantità dell’ormone progesterone e questo favorisce la congestione venosa; inoltre aumenta l’afflusso di sangue verso l’utero per nutrire il feto; proprio l’utero comprime i vasi sanguigni delle gambe interferendo con il ritorno venoso. Infine l’incremento del peso corporeo si scarica sulle gambe appesantendole.Inoltre si verificano delle alterazioni del metabolismo, ad esempio a carico della funzione renale che favoriscono la ritenzione idrica inducendo la formazione di edemi in corrispondenza degli arti inferiori. I liquidi fuoriusciti dalle pareti dei vasi sanguigni li comprimono e causano il tipico gonfiore.

Cosa fare?

Ecco qualche accorgimento per ridurre il gonfiore alle gambe durante la gravidanza:

  • A partire dal primo trimestre di gravidanza può essere utile tenere le gambe alzate utilizzando un cuscino in fondo al letto, magari sotto il materasso, di circa quindici centimetri per poter godere di un riposo confortevole. Ricordiamo che la gravidanza può essere disturbata anche dall’insorgenza dell’insonnia;
  • L’accorgimento è valido anche durante il giorno: «Bastano pochi minuti, di tanto in tanto nell’arco della giornata, con le gambe alzate per favorire la circolazione;
  • Fare attività fisica per stimolare la pompa cardiaca e favorire il ritorno del sangue dagli arti inferiori. Ad esempio è utile passeggiare, a passo non troppo veloce, anche solo trenta minuti al giorno. Anche una pedalata sulla cyclette può essere benefica;
  • I massaggi linfodrenanti manuali possono risultare efficaci sempre che non siano controindicati dal ginecologo. Difficilmente però vi si potrà ricorrere nel terzo trimestre di gravidanza;
  • Per seguire una dieta salutare è bene non eccedere con il consumo di zuccheri e di grassi mentre è utile consumare più cereali integrali, frutta e verdura e legumi secchi per garantirsi il giusto apporto di fibre utile anche per regolarizzare la funzione intestinale;

La prevenzione delle gambe gonfie rappresenta un ulteriore motivo per smettere di fumare. Lo stop al fumo di sigaretta è in primo luogo un’azione imprescindibile per tutelare la salute del feto.

Dottssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: gambe gonfie, gravidanza

Infezioni in gravidanza

INFEZIONI VIRALI E RISCHI IN GRAVIDANZA

Infezioni in gravidanza

In Italia sono principalmente due i virus pericolosi se contratti in gravidanza, soprattutto nel primo trimestre, perché possono attraversare la placenta e interferire pesantemente con lo sviluppo del nascituro: il Citomegalovirus (CMV) e il Rubella virus, che causa la rosolia.

Il Citomegalovirus fa parte della famiglia degli Herpesvirus, si trasmette principalmente attraverso la saliva, soprattutto in luoghi affollati come scuole e asili. Nelle persone sane, l’infezione si risolve quasi sempre velocemente e senza manifestare sintomi. Se contratta in gravidanza invece, soprattutto nel primo trimestre, può raggiungere il feto: nel 10% dei neonati infettati si verificano conseguenze neurologiche, in particolare sordità congenita, ma anche microcefalia, malformazione cardiache e oculari. A oggi non ci sono vaccinazioni né trattamenti efficaci per curare l’infezione da citomegalovirus. L’unico modo per proteggersi è ridurre il rischio di contagio, che proviene soprattutto dai bambini in età prescolare: non condividere con i bambini stoviglie, asciugamani, spazzolino da denti, non toccare oggetti che un bambino potrebbe aver succhiato o messo in bocca.

La rosolia non è una malattia particolarmente pericolosa nei bambini o negli adulti. In molti casi è asintomatica e i sintomi, quando ci sono, sono quasi sempre lievi: eruzione cutanea di macchioline, febbre spesso moderata, dolori articolari e occhi arrossati e lacrimosi. È invece estremamente pericolosa per il feto se contratta in gravidanza, soprattutto nelle prime 16 settimane. Può causare aborto spontaneo, morte intrauterina e sindrome da rosolia congenita, con gravi malformazioni a vari organi: all’occhio, con rischio di cataratta e glaucoma, all’orecchio, provocando sordità, al cuore e al sistema nervoso, con rischio di ritardo mentale e motorio. Contro il Rubella virus abbiamo un vaccino efficace. Dal 2017 rientra tra quelli obbligatori per tutti i nuovi nati. Ma se una donna ha il dubbio di non essere vaccinata, prima della gravidanza dovrebbe fare un esame del sangue per verificare l’immunità e in caso negativo effettuare anche da adulta la vaccinazione.

In alcune regioni del mondo, per esempio in alcune zone del Sudamerica, è endemico anche il virus Zika, veicolato dalle zanzare del genere Aedes, che se contratto in gravidanza può causare microcefalia nel feto. Ad oggi non esiste una vaccinazione contro Zika l’unica misura di prevenzione è evitare la puntura delle zanzare, adoperando zanzariere e coprendo quanto più possibile il proprio corpo.

Per quanto riguarda COVID19 (coronavirus) diverse sono le gravidanze portate a termine attualmente da donne positive ma  in nessuno di questi casi è stata rilevata la trasmissione al feto o complicanze respiratorie nella donna legate allo stato di gravidanza.

Dottssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: Infezioni in gravidanza, infezioni virali, rischi in gravidanza

Ritardo del ciclo

RITARDO DEL CICLO: LE POSSIBILI CAUSE

Ritardo del ciclo

L’irregolarità del ciclo mestruale colpisce diverse donne; oltre all’instaurarsi di una gravidanza, i motivi per cui le mestruazioni possono tardare o non presentarsi, possono essere diversi, da variazioni ormonali a condizioni di salute più serie.

In genere il menarca, la prima mestruazione, compare nella ragazzine tra i 10 e i 15 anni e in questo periodo è frequente una certa irregolarità; così come accade nelle donne che si avvicinano alla menopausa. Sono fasi di transizione nella vita di una donna, in cui il corpo necessita del giusto tempo per adattarsi ai cambiamenti.Nella maggior parte delle donne il ciclo mestruale dura 28 giorni, ma può variare dai 21 ai 35 giorni. Le cause dell’irregolarità possono essere molteplici ed è importante far riferimento al proprio ginecologo, al fine di capire insieme la situazione e individuare eventuali rimedi.

 Stress, perdita o aumento di peso

Lo stress può condizionare non solo la vita quotidiana, ma anche lo stato di salute, influendo sull’ipotalamo, la parte del cervello deputata alla regolazione del ciclo mestruale. Talvolta lo stress può condurre a perdita o aumento di peso, condizioni che se improvvise o eccessive possono avere una ricaduta anche sulla regolarità del ciclo. Le donne che soffrono di disturbi alimentari (come bulimia e anoressia) o che sono fortemente in sovrappeso, spesso vanno incontro a irregolarità mestruale o a mancata presentazione di mestruazioni.

Sindrome dell’ovaio policistico

La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) è un disordine endocrino caratterizzato da anovulazione ed iperandrogenismo, coinvolge il 5-10% della popolazione femminile in età riproduttiva e rappresenta una delle più comuni cause di infertilità nella donna e anche di irregolarità mestruali.

Malattie croniche e farmaci

Fra le patologie non strettamente ginecologiche che possono portare ad alterazioni del ciclo mestruale bisogna ricordare i disturbi a carico della tiroide. Questa piccola ghiandola è infatti responsabile del metabolismo e dunque anche dei livelli ormonali.Un’altra ghiandola situata alla base del cranio, l’ipofisi, svolge un ruolo importante nel controllo del ciclo mestruale. Alcune alterazioni ipofisarie (adenomi, insufficienza funzionale ecc.) possono essere qualche volta le cause di una oligomenorrea (riduzione numero di cicli mestruali), così come l’iperprolattinemia, ossia l’eccessiva produzione dell’ormone prolattina – prodotto appunto dall’ipofisi – può provocare irregolarità mestruali.

Anche alcuni farmaci come gli antidepressivi, antiepilettici, antipsicotici e terapie croniche con cortisonici possono indurre alterazioni del ciclo mestruale.

Dottssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: ritardo del ciclo

Gravidanza al tempo del Coronavirus

L’associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani pubblica le risposte alle più frequenti domande che interessano le donne in gravidanza in questo periodo segnato dalla pandemia SARS CoV- 2

coronavirus

Libera dall’HPV con Papilocare

papilocarePapilocare rappresenta la soluzione naturale non invasiva per le donne hpv positive, indicata per il trattamento e la prevenzione delle lesioni indotte da hpv.

L’HPV (Human Papilloma Virus) costituisce una famiglia composta da oltre cento varietà diverse di virus. La maggior parte degli HPV causa lesioni benigne quali  i condilomi o papillomi che interessano le mucose genitali e orali. La maggior parte delle infezioni genitali da HPV regredisce spontaneamente. Una piccola quota invece, se non trattata, può evolvere lentamente verso una forma tumorale. Il tumore del collo dell’utero è infatti quasi sempre correlato alla presenza dell’HPV.

Che cos’è l’infezione da HPV (Papilloma virus)?

L’infezione da Papilloma virus ha effetti molto diversi a seconda del tipo e della famiglia a cui appartiene il ceppo virale con cui si entra in contatto. Generalmente, il virus si replica sfruttando le cellule della cute e delle mucose e promuovendone una crescita eccessiva (iperplasia) che provoca le tipiche formazioni: condilomi e papillomi della cute e delle mucose. I tipi più pericolosi di HPV sono, tuttavia, quelli che provocano lesioni a evolutività maligna nelle vie respiratorie superiori – laringe, faringe, lingua, tonsille, palato, naso – o ai genitali maschili e femminili – glande, pene, scroto per l’uomo, perineo, vagina, utero, cervice uterina per la donna.

Quali sono le cause dell’infezione da HPV (Papilloma virus)?

L’infezione genitale da Papilloma virus umano si trasmette essenzialmente attraverso i rapporti sessuali: è infatti una delle più frequenti malattie sessualmente trasmesse. È ammesso che la trasmissione possa avvenire anche con un contatto fisico, se ci sono cellule virali attive e se sono presenti lacerazioni, tagli o abrasioni nella pelle e/o mucose. Generalmente, le infezioni più pericolose delle vie respiratorie o del cavo orale si trasmettono attraverso il sesso orale, attraverso il contatto, quindi, tra la mucosa e i genitali.

Quali sono i sintomi dell’infezione da HPV (Papilloma virus)?

I sintomi del Papilloma virus umano variano in base al tipo di infezione. Le lesioni genitali (definite condilomi) possono essere localizzate sui genitali esterni, all’interno della vagina, intorno o dentro l’ano e sul perineo (la regione cutanea posta tra la vulva e l’ano). Queste lesioni si manifestano come piccole escrescenze, a volte disposte a grappolo, dalla forma che ricorda quella di un cavolfiore. In altri casi le lesioni sono piatte e tendono a sovrapporsi.
La maggior parte delle lesioni causate da HPV sono asintomatiche. I ceppi di HPV che provocano il cancro nelle zone genitali, non si manifestano invece attraverso i condilomi, ma con modificazioni asintomatiche a carico delle mucose genitali (tipicamente del collo uterino).

Diagnosi 

La diagnosi clinica di infezione da HPV viene eseguita dal medico che rileva la presenza delle tipiche lesioni.
La diagnosi delle alterazioni citologiche e/o istologiche (ossia delle cellule o dei tessuti) provocate dai ceppi di HPV potenzialmente oncogeni, viene invece ottenuta attraverso l’esecuzione del Pap Test o di test appositi per la rilevazione del DNA virale. Se necessario, si effettuano biopsie mirate a carico delle mucose genitali, sotto il controllo di un particolare strumento (il colposcopio) che permette la visualizzazione ingrandita dei tessuti esaminati.

Trattamenti 

È possibile che le lesioni causate da HPV guariscano spontaneamente senza alcun trattamento. È bene sapere però che, anche quando le verruche scompaiono, il virus può essere ancora presente nell’organismo umano.
I condilomi genitali vengono generalmente vaporizzati attraverso la diatermocoagulazione o i trattamenti laser.
Le lesioni precancerose della cervice uterina possono essere trattate con tecnica laser oppure chirurgicamente (conizzazione), permettendo alla donna di mantenere inalterate le capacità riproduttive.

Papilocare

Papilocare è un gel vaginale con una tecnologia unica e comprovata (acido ialuronico, beta glucano e coriolus versicolor in forma di niosoma) che è in grado di penetrare in profondità nella mucosa vaginale e cervicale generando una barriera difensiva, centella asiatica e aloe vera con azione riparatrice, bioecolia ad azione prebiotica, Neem ad azione pro immunitaria. Attraverso questo meccanismo il gel esercita una triplice funzione: modula la risposta immunitaria locale, bilancia il microbiota locale e riepitelizza il tessuto.

Microbiota vaginale e HPV

Il microbiota vaginale è costituito essenzialmente da lattobacilli il cui equilibrio e diversità possono influire sullo stato immunitario locale.Diversi studi dimostrano che alcuni lattobacilli esercitano effetti tossici sulle cellule del cancro cervicale e la deplezione di lattobacilli stessi nel microbiota potrebbe contribuire alla persistenza dell’hpv indicando quindi una probabile interazione tra cellule cervicali e microbiota vaginale.

 

Dott.ssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: HPV, Papilocare, Papilocare per HPV

Vulvodinia: chi è questa sconosciuta?

La Vulvodinia, o Sindrome VulvoVestibolare (SVV) è una sindrome neuropatica.

Si tratta di un’infiammazione cronica senza apparente causa organica, del vestibolo (porzione di vulva attorno all’introito vaginale, verso il perineo, ovvero la porzione di mucosa che separa la vagina dall’ano, appunto anche chiamata forchetta).

Questa patologia non è così rara: interessa ben il 15% delle donne che si rivolgono per questi disturbi al ginecologo e/o al dermatologo.  E’ ancora una malattia misconosciuta da troppi professionisti della salute.

Spesso c’è confusione in merito a termini e classificazioni, ma soprattutto in merito alla procedura diagnostica.

 

Sintomatologia

Di fatto, proprio perché si tratta di una sindrome, possono essere compresenti vari sintomi ma non necessariamente tutti insieme :

  • bruciore (sentirsi come un mozzicone di sigaretta spento “lì sopra”, o come un

ferro rovente)

  • sensazione di irritazione, di “disepitelizzazione” , come di abrasione
  • una sensazione simile a microtaglietti, fino ad avere visibili ragadi o tagli sulla

mucosa

  • sensazione di secchezza
  • sensazione puntoria (come di spilli), pulsatoria
  • sensazione di tensione e anche di stiramento
  • gonfiore più o meno accentuato alla vulva (“gonfia come un canotto”)
  • vi può anche essere solo un lieve sentore di fastidio

 

Questi sintomi possono essere condensati in un altro termine utilizzato dagli anglosassoni per tale patologia: disestesia ( vulvar dysesthesia ), ove per disestesia si intende un’alterata percezione degli stimoli esterni che in questo caso sono

amplificati e generano una condizione di esasperata ipersensibilità Si tratta cioè di una mucoreattività alterata: percepisci un lieve tocco “come se ti si spegnesse su un mozzicone di sigaretta”, o comunque un forte fastidio.

Si ipotizza che la condizione di flogosi ripetuta possa innescare un perpetuarsi della sintomatologia in assenza della eventuale causa che l’aveva innescata: una candidosi, un’infezione batterica, la stessa cura con ovuli e lavande non adeguate (che danneggiano fortemente il delicato equilibrio dell’ecosistema vaginale ), oppure irritazioni da sostanze chimiche o da componenti meccaniche (traumi, sfregamenti, un coito non lubrificato etc.) cioè tutto ciò che reca un (ripetuto) insulto alla mucosa, un danno tissutale (=un’abrasione dei tessuti, un microtrauma).

 

Diagnosi:

Il test che si effettua per la diagnosi è lo Swab test  che consiste nel toccare con la punta di un cotton fioc  specifici punti del vestibolo, azione che in caso di vestibulodinìa provoca una netta sensazione algica (=dolorosa) e/o di bruciore, comunque sproporzionata.

 

Le cause

Agenti patogeni (candida, infezioni batteriche o virali)

Agenti chimici

1 – L’urina e acida, può essere molto irritante, specie se si è scarsamente idratate.

2 – Saponi soprattutto neutri o basici (la maggioranza in commercio), ma anche l’uso di detergenti intimi (anche se a pH fisiologico), che vanno assolutamente evitati; residui di sapone sulla biancheria intima.

3 – Il cloro delle piscine, il sale del mare.

4 – Sostanze chimiche dei medicinali a uso topico spalmati in loco , anche a seguito di terapie prescritte per il bruciore, quali per es. i cortisonici.

5 – Coloranti dei vestiti.

6 – Moltissimi lubrificanti vaginali

Agenti ormonali

1 – Le fluttuazioni ormonali possono influenzare molto la SVV. Pare assodato che gli estrogeni, per la fase premestruale in cui i sintomi possono peggiorare (ma non è detto), siano in grado di iperattivare i mastociti, i quali liberano sostanze pro infiammatorie in maggior quantità.

Agenti microtraumatici

1 – Laserterapia o DTC: se queste metodiche arrivano a danneggiare il derma, possono causare un danno alle terminazioni nervose responsabili della trasmissione degli impulsi dolorosi.

2 – Un banale rapporto sessuale in assenza di lubrificazione e/o con muscolatura pelvica contratta

3 – Pantaloni con cavallo troppo stretto, che provochino uno sfregamento dei tessuti già infiammati.

4 – Alcune attività sportive, quali bici/cyclette/spinning, equitazione, etc.

 

 

Alla base del circolo vizioso?

Alla base del ciclo vizioso che mantiene la vulvodinìa vi sarebbe una diminuzione della soglia di attivazione dei nocicettori, speciali neuroni con terminali “liberi” presenti nel tessuto connettivo di questo distretto. In presenza di microtraumi o di fenomeni infiammatori anche lievi , alcuni mediatori chimici tissutali ( i.e. sostanze algostimolanti come: istamina, leucotrieni, prostaglandine, bradichinina, serotonina, etc.) possono attivare il sistema nocicettivo, liberando la cosiddetta sostanza P ( P = iniziale del vocabolo inglese pain , “dolore”), noto neurotrasmettitore del dolore. Tale sostanza libera altra istamina, a sua volta algostimolante. Questo sofisticato meccanismo di regolazione del dolore è fisiologico e si verifica in tutti gli individui. Nelle pazienti affette da vulvodinìa la soglia di attivazione del sistema nocicettivo sarebbe invece più bassa, con percezione del dolore anche in presenza di stimoli minimi.

Tutto questo complesso quadro può innescare una nevrite, una neuropatia (=sofferenza delle fibre nervose), cioè un’infiammazione delle piccole fibre nervose che innervano l’area genitale.

L’infiammazione del complesso d’ innervazione anogenitale può essere uno dei fattori di mantenimento del dolore/bruciore e della conseguente contrattura (ipertono) dei muscoli del pavimento pelvico.

 

 

Trattamento

– Integratori (palmitoiletanolamide e ac alfalipoico) con attività antinfiammatoria

– Anestetici locali in crema:anestetici topici in crema, come la lidocaina, possono essere applicati

direttamente in sede vestibolare per alleviare transitoriamente il dolore, soprattutto prima dei rapporti sessuali.

– Farmaci ( e.g. amitriptilina, gabapentin e pregabalin a basse dosi):queste molecole modificano i livelli dei neurotrasmettitori (sostanze chimiche che conducono gli impulsi da un nervo all’altro);

– Elettrostimolazione antalgica TENS : la TENS (acronimo di Transcutaneous Electrical Nerve Stimulator, “stimolatore elettrico transcutaneo dei nervi”) è una metodica terapeutica di applicazione di correnti elettriche a basso voltaggio

attraverso la cute. Viene utilizzata una sonda da inserire in vagina.

– Riabilitazione della muscolatura del pavimento pelvico: la rieducazione al rilassamento di una muscolatura pelvica ipercontratta con presenza di numerosi trigger point può contribuire a ridurre la percezione del

dolore.

– Terapia infiltrativa vestibolare: l’infiltrazione vestibolare di cortisonici associati ad anestetici locali si è dimostrata utile in forme molto localizzate a livello vestibolare. L’infiltrazione porta il farmaco nella sottomucosa.

– Terapie alternative: agopuntura, massaggi,omeopatia, tecniche di rilassamento quali yoga , meditazione, focalizzazione sul respiro.

 

 

                                                                                                                                         Dottssa Garofalo Greta

                                                                                                                              Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: Vulvodinia

Endometriosi

Endometriosi: sintomi, diagnosi e terapia. In Italia 3 milioni le donne affette

L’esatta prevalenza della endometriosi è sconosciuta ma si stima che questa malattia sia presente nel 2-10% della popolazione generale femminile. Tra le pazienti con problematiche di sterilità, l’incidenza dell’endometriosi è di circa il 50%

L’endometriosi è una patologia femminile molto diffusa che colpisce circa 3 milioni di donne in Italia ed è presente – secondo uno studio europeo dell’ESHRE – in circa il 50% delle donne affette da sterilità.Il 5% delle donne che ricorrono alla PMA, hanno come unica indicazione di sterilità l’endometriosi.
Edometriosi
Endometriosi: di cosa si tratta e quali sono i sintomi
L’endometriosi è una patologia caratterizzata dalla anomala presenza di tessuto endometriale all’esterno dell’utero, che causa uno stato di reazione infiammatoria cronica.L’endometrio è lo strato di tessuto mucoso che riveste la cavità interna dell’utero e per effetto dell’influenza di estrogeni e progesterone, secreti dalle ovaie durante il ciclo mestruale, l’endometrio si rinnova regolarmente e ciò garantisce la presenza costante di un ambiente adatto all’impianto di un embrione.Nella donna affetta da endometriosi, il tessuto endometriale si sviluppa anche laddove non dovrebbe esserci, ossia al di fuori dell’utero. In medicina, l’endometrio situato laddove non dovrebbe esserci prende il nome di endometrio ectopico o tessuto endometriale ectopico.“I sintomi possono essere diversi. Si può accusare dolore pelvico cronico, dolore durante le mestruazioni (dismenorrea), dolore durante la defecazione (discheczia) e dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia). Mentre alcune donne affette da endometriosi sono colpite da uno o più sintomi tipici della malattia, in altri casi la presenza dell’endometriosi è asintomatica e la sua diagnosi è occasionale durante l’esecuzione di interventi chirurgici pelvici per altre patologie o durante l’esecuzione di un taglio cesareo. In molti casi, le donne colpite da questa patologia lo scoprono solo quando incontrano qualche difficoltà ad avere un figlio e ricorrono ai trattamenti di PMA (procreazione medicalmente assistita).

Endometriosi: la diagnosi
Il sospetto di endometriosi nasce quasi sempre sulla base della storia clinica della donna, compreso il riscontro di una sterilità involontaria, e sulla presenza dei sintomi tipici della malattia. Successivamente l’esame clinico ed ecografico, possono corroborare i sospetti di endometriosi, ma solo attraverso una laparoscopiaè possibile visualizzare direttamente i focolai di endometriosi e confermare la diagnosi.Esistono diverse modalità per determinare lo stadio della gravità della malattia che però non sempre sono in grado di riflettere la severità della sintomatologia e dei problemi di infertilità che colpiscono la donna.Il rischio per le donne è quindi quello di non ricevere per lungo tempo una corretta diagnosi e tanto meno un corretto trattamento. La tempestività con cui si individua la patologia è molto importante poiché l’aggravarsi dell’endometriosi potrebbe portare alla perdita della capacità riproduttiva.

 

Secchezza vaginale

Problemi intimi di secchezza vaginale

secchezza vaginale
La secchezza vaginale è un problema molto diffuso … ne soffre 1 donna su 4…..che può interessare tutte le fasi della vita femminile e  che crea disagi nel quotidiano e nell’intimità di coppia …che puoi efficacemente risolvere!

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Quali sono le cause della“secchezza” vaginale?

La secchezza vaginale è la principale manifestazione di una condizione nota come atrofia vaginale (o vaginite atrofica), conseguente alla ridotta produzione di estrogeni.

Il deficit estrogenico induce delle modificazioni locali, quali ispessimento e infiammazione della mucosa vaginale e riduzione delle secrezioni vaginali, che sono responsabili della comparsa dei seguenti sintomi:

-secchezza vaginale

– irritazione, bruciori locali, talvolta prurito

– dolore durante il rapporto sessuale

– perdite di sangue vaginali spontanee o durante/a seguito del rapporto sessuale.

L’atrofia vaginale, oltre a dare fastidiosi disturbi e disagi che inevitabilmente si ripercuotono anche sulla intimità di coppia (la ridotta lubrificazione vaginale rende difficoltoso e doloroso il rapporto sessuale), può esitare in complicanze quali: microlesioni della mucosa interna/cute esterna, disturbi urinari (urgenza e frequenza minzionale) e infezioni ricorrenti (cistiti, vaginiti).

 

È un problema comune?

La secchezza vaginale è un problema estremamente comune che, pur caratteristico della menopausa, può presentarsi in qualsiasi età della vita femminile. Secondo l’Associazione degli Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) una donna su quattro soffre di questo disturbo.

 

Chi sono le donne più a rischio?

Sono quelle che per motivi fisiologici (naturali) o iatrogeni (per cause esterne) sono esposte a situazioni

di ridotta produzione di estrogeni:

assunzione di terapia anticoncezionale ormonale (la pillola “mette a riposo” le ovaie)

puerperio (per le modificazioni ormonali transitorie che seguono al parto)

allattamento (la prolattina, ormone che stimola la produzione del latte, “mette a riposo” le ovaie)

assunzione di terapie antitumorali ormonali (terapia anti-estrogenica nelle donne operate per tumore al seno) e di alcuni chemioterapici

menopausa (per l’esaurimento dell’attività delle ovaie)

Altre possibili cause di secchezza vaginale sono: terapie farmacologiche (alcuni antidepressivi), patologie (diabete, sindrome di Sjögren, lichen scleroatrofico vulvare), amenorree disfunzionali (es. da dieta drastica, disturbi del comportamento alimentare, stress psico-fisico cronico), cause psicosessuali (inadeguata eccitazione sessuale).

 

Cosa si deve fare?

Bisogna rivolgersi con fiducia al proprio ginecologo che individuerà la soluzione più indicata nello specifico caso in modo da dare una risposta efficace e risolutiva al problema.

Per contrastare l’atrofia vaginale è possibile ricorre all’utilizzo di estrogeni locali (creme, ovuli, compresse, anello) o a soluzioni naturali non ormonali, disponibili in forma di crema o gel ad azione idratante e lenitiva, come quelle a base di acido ialuronico. Queste ultime trovano in particolare indicazione nelle donne per le quali è controindicato l’uso di terapie a base di ormoni (come nel caso delle pazienti oncologiche).

È importante inoltre mantenere un’igiene intima corretta, utilizzando un detergente specifico con pH adeguato all’ambiente vaginale e all’età.

Dott.ssa Garofalo Greta

 Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: secchezza vaginale

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