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DHEA intravaginale

UN TRATTAMENTO INNOVATIVO DELL’ATROFIA VULVO-VAGINALE IN MENOPAUSA

DHEA INTRAVAGINALE

ATROFIA VULVO VAGINALE

L’atrofia vulvovaginale (AVV) è un disturbo cronico progressivo, determinato dalla carenza degli estrogeni dopo la menopausa ed è caratterizzata da modificazioni fisiche dell’ambiente vulvare e vaginale quali incremento del pH e riduzione della vascolarizzazione, delle secrezioni, del contenuto in collagene e dello spessore epiteliale. Poiché questi fenomeni involutivi interessano anche la vescica e l’uretra, la nuova definizione di “sindrome genitourinaria della menopausa” meglio esprime l’eterogeneità delle numerose alterazioni, che si estrinsecano principalmente in bruciore, secchezza, prurito e dispareunia e si ripercuotono sul benessere fisico e sessuale. L’AVV interessa circa la metà della popolazione femminile in menopausa.

NUOVO TRATTAMENTO CON PRASTERONE

Il prasterone (6,5 mg per ciascun ovulo vaginale), ossia deidroepiandrosterone (DHEA), biochimicamente e biologicamente identico al DHEA umano endogeno, è un ormone che nella vita fertile viene secreto dalla  ghiandola surrenale (25%) e dall’ ovaio (25%), mentre la restante parte deriva dalla conversione periferica dell’androstenedione circolante. Il DHEA si comporta fisiologicamente come un preormone, nel senso che non possiede recettori specifici:

il suo ruolo fisiologico principale non è quello di un’azione diretta sui tessuti periferici, ma quello di precursore degli estrogeni e degli androgeni soltanto negli organi ed apparati che possiedono  un corredo enzimatico che ne permetta la metabolizzazione intracellulare. Le cellule della mucosa vaginale sono in grado di trasformare il DHEA in estradiolo e testosterone, permettendo un’azione veramente selettiva e mirata mentre altri organi bersaglio degli estrogeni, come le cellule della mucosa endometriale, non hanno la possibilita di metabolizzare il DHEA in estradiolo pertanto non andranno incontro ad alcuna proliferazione.

Il DHEA vaginale svolge la sua azione con un effetto squisitamente locale:  i livelli circolanti sia del DHEA che dei suoi metaboliti rimangono nel range delle donne in menopausa e non mostrano significative variazioni plasmatiche.

Pertanto, gli effetti clinici dimostrati dalla somministrazione di basse dosi di DHEA per via vaginale sono sicuramente da ascriversi all’azione locale dei metaboliti del DHEA stesso.

Questo a conferma di quanto dimostrato da tutti gli studi clinici che hanno evidenziato gli effetti trofici vaginali sulla maturazione della mucosa, vascolarizzazione e densità delle terminazioni nervose.

Negli studi condotti con DHEA vaginale non sono mai stati riscontrati effetti collaterali di rilievo.

Non sono stati rilevati aumenti dell’incidenza delle tromboembolie venose, di tumore della mammella, dell’endometrio e dell’ovaio.

La terapia dovrebbe essere sospesa nel caso in cui si rilevi una controindicazione:

ittero o peggioramento della funzione epatica; aumento significativo della pressione arteriosa; nuova insorgenza di cefalea emicranica; gravidanza. L’uso in concomitanza con la terapia ormonale sostitutiva sistemica (trattamento a base di estrogeni e/o di estro-progestinici o con androgeni) o con estrogeni vaginali non è raccomandato.

In conclusione la somministrazione intravaginale di DHEA non solo migliora tutto lo spettro dei sintomi della sindrome genito-urinaria, come atrofia e dispareunia, ma ha anche importanti effetti migliorativi sulla sessualità.

 

                                                                                                                                                    Dott.ssa Garofalo Greta

                                                                                                                                                       Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: DHEA, atrofia intravaginale

Cosa succede alla pelle durante la gravidanza?

Pelle in gravidanza – tutto ciò che dovete sapere

pelle in gravidanzaDurante la gravidanza l’intero corpo femminile vive una rivoluzione, a cominciare dalla pelle. Metabolismo e ormoni, infatti, hanno ampio effetto sulla nostra cute.In generale le future mamme possono avere beneficio degli effetti della gravidanza su pelle e capelli: l’azione degli estrogeni prolunga la fase di crescita dei capelli, che crescono di più e più velocemente, e molte malattie della pelle possono migliorare durante la gravidanza.

Esistono però degli inestetismi tipici della gravidanza, alcuni dei quali si risolvono dopo il parto, mentre altri più persistenti possono essere trattati successivamente alla nascita del bimbo.

Le smagliature

Le smagliature sono dovute all’alterazione del tessuto connettivo cutaneo, e sono favorite dalla distensione della pelle e dalle alterazioni ormonali. Sono estremamente comuni sul seno, sull’addome e sui fianchi.L’unico modo per prevenirle è quello di prestare molta attenzione all’alimentazione e alla variazione di peso, evitando incrementi eccessivi, e utilizzare quotidianamente creme adeguate. Creme e massaggi per mantenere l’elasticità della pelle possono aiutare, ma vanno applicati con costanza e regolarità. Eventualmente, dopo il parto, possono essere fatte delle terapie mirate per diminuire la visibilità delle smagliature.Queste terapie, su consiglio del dermatologo, possono consistere nell’applicazione a domicilio di trattamenti specifici (come le creme a base di retinoidi) o nella laserterapia con laser frazionato CO2, il metodo scientificamente più validato per il trattamento delle smagliature.

Il fenomeno dell’iperpigmentazione e il melasma

L’iperpigmentazione è lo scurimento della cute, causato da una quantità maggiore di melanina nella pelle. 9 donne su 10 subiscono queste modifiche in gravidanza, soprattutto sulle aree più sensibili alle variazioni ormonali come i capezzoli, la linea alba (la linea che percorre il centro dell’addome fino al pube), ascelle e i genitali. Il fenomeno è innocuo e tende a sparire spontaneamente dopo il parto.

Il melasma, invece, è un inestetismo che prevede la comparsa di chiazze scure su aree specifiche del volto, come fronte, zigomi e labbro superiore (dove può sembrare un  “baffetto” scuro). Scatenato da un aumento degli estrogeni, il melasma si sviluppa in seguito a una predisposizione genetica e può ritornare anche dopo il parto; per questo è importante cercare di prevenirlo non esponendosi al sole senza una protezione solare elevata, oltre il 50. Gli eventuali trattamenti estetici per porvi rimedio sono invece da eseguirsi rigorosamente dopo la gravidanza.

Il dermatologo può consigliare l’applicazione di prodotti locali schiarenti che possono contenere anche farmaci preparati su misura per il paziente, o può consigliare di effettuare dei peeling ambulatoriali, che consistono nell’applicazione di sostanze (quali acido glicolico, salicilico, mandelico e altri) che promuovono il ricambio cellulare negli strati più superficiali della cute.

Acne

L’acne può avere comportamenti differenti durante la gravidanza: donne che ne hanno sempre sofferto possono avere durante la dolce attesa un periodo di riposo, con pelle perfetta. Succede invece che altre donne possano sviluppare un aumento del sebo con comparsa di una forma di acne lieve, a causa delle alterazioni ormonali.È importante porre attenzione ai trattamenti per l’acne: molte creme e prodotti per l’acne non possono essere utilizzati durante la gravidanza, perché contengono ingredienti potenzialmente dannosi.

Le teleangectasie e gli angiomi

Le teleangectasie e gli angiomi sono dilatazioni dei capillari sanguigni superficiali, spesso innocui ma antiestetici. Non sono associati a dei sintomi particolari, ma sono molto comuni in gravidanza.  Tipicamente sulle gambe compaiono i classici capillari tortuosi dilatati, mentre sul viso e sul tronco possono comparire gli angiomi spider o gli angiomi rubino, di colore rosso acceso. Questi possono essere trattati  dopo il parto con il laser vascolare, un laser di alta tecnologia, in grado di colpire in modo specifico il capillare, senza danneggiare la cute circostante.

Nei e melanoma

Durante la gravidanza l’aumento del numero dei nei e lo stravolgimento delle loro forme e dimensioni sono causati sia dalle modificazioni di tensione della cute della pancia e del seno, sia dalle alterazioni ormonali in corso.Purtroppo non è semplice distinguere i cambiamenti dettati dalla gravidanza da quelli che potrebbero essere la spia di un tumore della pelle: è dunque importantissimo sottoporsi a un controllo dei nei in un’ottica di prevenzione dal melanoma proprio in questo periodo. Negli ultimi anni alcuni studi hanno posto attenzione sul fatto che se una donna viene colpita da melanoma durante la gravidanza, questo può essere molto aggressivo. È quindi necessario porre particolare attenzione ai nei e fare una visita dermatologica: se i tumori della pelle sono individuati per tempo, possono essere asportati senza che questo provochi problemi alla gravidanza.

Dottssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: pelle in gravidanza

Il dolore pelvico cronico

dolore pelvico

Il dolore pelvico cronico femminile è una condizione fortemente debilitante che altera la qualità di vita delle donne. Si definisce tale quando un dolore continuo o intermittente avvertito al basso addome o alla pelvi dura da più di 6 mesi, comportando disabilità funzionale e limitazione nelle comuni attività quotidiane.

Il dolore pelvico cronico rappresenta una problematica silenziosa diffusa tra le donne; secondo le statistiche colpisce dal 2 al 25 % della popolazione femminile tra i 18 e i 50 anni e rappresenta la causa del 10-40% di tutte le visite ginecologiche con un pesante impatto economico sia sulle spese sanitarie sia sulla perdita di produttività.

Per le caratteristiche di insorgenza e di localizzazione del dolore, talvolta legate alla ciclicità mestruale, spesso si indagano cause di tipo prettamente ginecologico. Tuttavia la complessità dell’anatomia della piccola pelvi, che accoglie gli organi dell’apparato riproduttivo, urinario e gastroenterico, oltre che una infinità di muscoli, legamenti, articolazioni, innervazioni, obbligano il clinico ad una vasta conoscenza di cause di disabilità che sono spesso multifattoriali.

Tra le problematiche ginecologiche le cause più frequenti sono rappresentate dalla dismenorrea ovvero il dolore mestruale che compare solitamente nei primi giorni del ciclo mestruale (causato dalle contrazioni uterine e da mediatori dell’infiammazione) e che spesso si associa a nausea, vomito, diarrea, cefalea, vertigini e senso di spossatezza. La dismenorrea tende a persistere nelle nullipare e a risolversi dopo il parto. In caso di persistenza, la dismenorrea deve far sospettare la presenza di endometriosi che rappresenta una delle più frequenti cause ginecologiche di dolore cronico.
Anche i disturbi infiammatori-infettivi cronici della pelvi (come, ad esempio, endometrite, ascessi tubo-ovarici, salpingiti, peritoniti), spesso complicanza di infezioni a trasmissione sessuale (da gonococco, da clamidia…) misconosciute, trascurate o non adeguatamente trattate, possono essere causa di dolore cronico.
La sindrome da congestione pelvica, fino a non molto tempo attribuita esclusivamente al sesso maschile, può generare dolore che si accentua nella stazione eretta prolungata e che, durante il periodo premestruale, è determinato dalla presenza di vene uterine e ovariche dilatate e prive di tono elastico.
Tra le cause più frequenti di dolore pelvico di origine non ginecologica troviamo: la sindrome dell’intestino irritabile, caratterizzata da dolore addominale ricorrente, alterazioni di frequenza e consistenza dell’alvo in senso stitico o diarroico associate a gonfiore addominale; il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa che fanno parte delle malattie infiammatorie croniche intestinali, differenziandosi per i tratti di intestino interessati, ma entrambe caratterizzate da dolore pelvico associato ad alterazioni della defecazione con perdite di sangue e muco con le feci.
Altre cause di dolore cronico sono le infezioni urinarie ricorrenti (cistiti, uretriti) e la cistite interstiziale. Quest’ultima, in particolare, rappresenta una causa di dolore pelvico la cui origine è ancora misconosciuta e sottostimata (solo il 20% delle cistite interstiziali viene diagnosticato), il cui corredo sintomatologico è caratterizzato da: dolore pelvico e soprapubico, pollachiuria (emissione con elevata frequenza di piccole quantità di urina), urgenza alla minzione, difficoltà ad urinare e ematuria (presenza di sangue nelle urine).
Infine per un corretto inquadramento diagnostico del dolore non si può prescindere dalla valutazione dell’apparato muscolo-scheletrico. Il dolore di origine muscolo-scheletrica ben si differenzia rispetto ad altre possibili cause poiché solitamente non si modifica in correlazione all’andamento del ciclo mestruale, spesso si irradia all’anca e alle cosce ed è accompagnato da una diminuzione del tono muscolare addominale e pelvico.
La persistenza dei sintomi, lo stato di infiammazione cronica e i complessi sistemi di innervazione pelvici multi-organo, giustificano la presenza di quadri clinici complessi e spesso multifattoriali. Per tale ragione, il dolore pelvico cronico richiede in molti casi un processo diagnostico lungo e articolato che procede con l’esclusione delle diverse patologie che lo possono determinare.
In considerazione della complessità e dell’origine multifattoriale della problematica, è opportuno rivolgersi a centri specializzati dove lavorano equipe multidisciplinari adeguatamente formate alla diagnosi e trattamento di questa patologia.
Le terapie comprendono: farmaci (es. farmaci che bloccano la catena infiammatoria, farmaci che innalzano la soglia del dolore, miorilassanti, anestetici locali, antidolorifici), riabilitazione del piano perineale, neuromodulazione, intervento su nervi specifici (es. nervo pudendo), impiego di ultrasuoni, terapia manuale. Possono risultare utili anche altre strategie, come le tecniche di rilassamento, il management dello stress, un approfondimento delle problematiche sessuali e altri approcci rivolti alla sfera psicologica.

Dottssa Garofalo Greta-

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: il dolore pelvico cronico, dolore pelvico femminile

Tumore della cervice uterina

Tumore della cervice uterinaCHE COS’E’

Il tumore della cervice uterina (o del collo dell’utero) è la terza neoplasia più frequente tra le donne, dopo quelle al seno e al colon-retto.In Italia vengono stimati circa 3.700 nuovi casi all’anno con una incidenza di dodici donne ogni centomila. La malattia colpisce il collo dell’utero, ovvero il segmento che pone in collegamento il corpo dell’utero con la vagina. Il rivestimento della cervice uterina è composto da due tipologie cellulari: squamose e ghiandolari, che di conseguenza possono dare origine a due diversi tumori (carcinoma a cellule squamose e adenocarcinoma). Le due zone confluiscono in un’area, la zona di transizione, da cui ha origine la maggior parte dei tumori (l’85 per cento delle diagnosi). Rispetto ad altri tumori, il tumore della cervice uterina ha il vantaggio di essere del tutto prevenibile e comunque ben curabile se rilevato precocemente. In genere, infatti, l’insorgenza di questa neoplasia non è un evento improvviso: spesso è caratterizzata da un’evoluzione lenta, da progressive modificazioni della mucosa di rivestimento del collo che da normale si altera fino ad arrivare al cancro, per motivi non sempre riconosciuti.

I SINTOMI E LA DIAGNOSI

Segno tipico del tumore della cervice uterina è il sanguinamento vaginale è il sintomo più importante: può essere post-coitale, o intermestruale o del tutto inaspettato (come in menopausa). Se la malattia è in fase avanzata, il sanguinamento può essere accompagnato da un dolore pelvico che può arrivare a riguardare anche gli arti inferiori. L’aumento delle secrezioni vaginali anomale può essere un altro segno della neoplasia. I sintomi compaiono in realtà quando la malattia è già in fase avanzata, mentre più spesso le diagnosi avvengono nelle prime fasi: attraverso i test di screening rivolti alle donne sane in assenza di sintomatologia. Il più diffuso rimane il Pap-test, il cui esito permette già di stabilire l’eventuale aggressività di una lesione precancerosa. Se l’esito dell’esame è positivo, lo specialista può indicare l’effettuazione di altri due test: la ricerca del Dna virale del papillomavirus umano (Hpv) e la colposcopia, che permette l’individuazione dell’area più sospetta dove praticare una biopsia. L’esame istologico è dirimente ai fini della certezza diagnostica, anche se un tumore di grosse dimensioni può risultare già alla palpazione o all’esame ispettivo. Per determinare la stadiazione del tumore, dopo aver ottenuto l’esito dell’esame istologico, si ricorre alla diagnostica per immagine (Tac, risonanza magnetica o Pet) per determinare l’estensione del tumore in maniera precisa.

COME SI CURA

Il trattamento del cancro del collo dell’utero è correlato all’estensione della malattia. Tre sono comunque i possibili approcci: chirurgico, chemioterapico e radioterapico (talvolta in associazione). Se la malattia è localizzata, si può rimuovere la porzione di tessuto colpita (conizzazione), senza per questo intaccare l’intero organo. L’isterectomia radicale è invece la soluzione a cui si ricorre se la malattia ha infiltrato gli strati più profondi della cervice uterina e che spesso risulta richiesta anche dalle pazienti, soprattutto se non hanno in mente di affrontare una gravidanza. In questi casi, assieme al ginecologo, si può decidere anche per l’asportazione delle ovaie e delle tube. L’intervento chirurgico può essere seguito dalla radioterapia, che in questo caso può essere anche interna ( brachiterapia ). In ogni caso, la radioterapia non preclude per la donna la possibilità di rimanere incinta dopo la malattia (a patto di aver effettuato un trattamento di preservazione della fertilità). Meno utilizzata è la chemioterapia, che trova spazio nelle forme più avanzate e infiltranti del tumore della cervice uterina.

PREVENZIONE

Pochi tumori possono contare sulla possibilità di essere prevenuti come quello alla cervice uterina. L’opportunità deriva dalla vaccinazione contro il papillomavirus umano (Hpv), oggi offerta gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale a tutti gli adolescenti tra l’undicesimo e il dodicesimo anno di età. Attualmente è disponibile un vaccino nonavalente che, rispetto ai bivalenti e tetravalenti, protegge da più ceppi (nove) del papillomavirus umano e previene anche altri tumori (alla vagina, all’ano, della testa e del collo). Il papillomavirus umano è la causa principale di questo tumore. Sebbene la maggior parte dei papillomavirus umani (al momento si conoscono un centinaio di sierotipi) sia innocuo sotto il profilo oncologico e che solo una parte minoritaria causa il cancro del collo dell’utero, è pur vero che non c’è possibilità che il tumore alla cervice uterina insorga senza la presenza e l’azione trasformante del virus. Dopo il contatto con esso, può svilupparsi una malattia precancerosa, che successivamente può trasformarsi in carcinoma. Il Pap-test, l’Hpv-test e la colposcopia sono gli esami in grado di riconoscere le lesioni pre-cancerose in modo tale da poterle efficacemente trattare (prevenzione secondaria). Le due strategie, adeguatamente integrate, hanno permesso di ridurre in maniera drastica l’incidenza e la mortalità per questa malattia. Sono inoltre considerati fattori di rischio per la malattia anche il fumo di sigaretta e la familiarità. Secondo alcuni studi, inoltre anche l’obesità aumenta la probabilità di ammalarsi, mentre l’allattamento al seno sembrerebbe giocare un ruolo protettivo.

                                                                                    Dottssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: Tumore della cervice, tumore della cervice uterina

Depressione pre e post parto

DEPRESSIONE PRE E POST PARTO: COME EVITARLA

In Italia ogni anno ne soffrono 90 mila donne, prima o dopo la gravidanza. La depressione pre o post partum (detta anche depressione perinatale) colpisce il 16% delle donne che affrontano la maternità e solo nella metà dei casi viene trattata adeguatamente. A questo fenomeno, così sottovalutato e in molti casi anche non riconosciuto o non trattato, è possibile porre rimedio con la prevenzione e con un giusto inquadramento diagnostico e terapeutico.   

depressione pre e port parto 1

L’impatto forte di una gravidanza per 1 donna su 7                  

Spesso sottovalutati, i disturbi dell’umore in questo particolare momento della vita possono invece essere un problema molto serio che colpisce le donne in un momento in cui sono vulnerabili e in cui tutti si aspettano di vederle felici. Una donna su sette li sperimenta prima o dopo il parto: il 13% sperimenta già un disturbo dell’umore durante le prime settimane dopo il parto, un dato che sale al 14,5% nei primi tre mesi postnatali con episodi depressivi maggiori o minori, e al 20% nel primo anno dopo il parto.Proprio per questo la Depressione Perinatale è considerata una delle più comuni complicanze durante la gravidanza e nel postpartum. La necessità di trattamenti efficaci è giustificata anche dagli alti tassi di suicidio (circa il 20% di tutti i decessi post-partum) e dalle conseguenze sul neonato.

Curare il disagio psichico in gravidanza e nel post-partum significa non solo trattare la mamma, ma ridurre il rischio di trasmissione intergenerazionale al neonato. A fronte di numerose ricerche scientifiche che documentano gli effetti negativi dei disturbi mentali perinatali sia sulla madre sia sul figlio, la psicopatologia perinatale in Italia risulta ancora sottostimata e non adeguatamente curata, a differenza di quanto accade in molti altri paesi internazionali.

Come si tratta questo disturbo?

depressione pre e post parto 2Nonostante la depressione perinatale sia molto frequente, solo la metà di esse riceve un trattamento appropriato.Dopo un’attenta valutazione psicopatologica è indispensabile condividere con la donna, e quando è possibile anche con il partner, il trattamento più appropriato.Se i sintomi depressivi sono lievi e non hanno un impatto sulla qualità di vita della donna generalmente la psicoterapia rappresenta il trattamento di scelta. Tuttavia quando i sintomi depressivi sono moderati o gravi bisogna prendere in considerazione anche l’utilizzo di una farmacoterapia.

La scelta del trattamento farmacologico non è sempre facile. Tra i farmaci disponibili in commercio gli antidepressivi sono considerati il trattamento di scelta per le donne con depressione nel periodo perinatale. La decisione su quale psicofarmaco prescrivere durante la gravidanza si basa sulla valutazione del rischio beneficio e sui bisogni clinici delle singole pazienti: sia i sintomi depressivi che l’esposizione agli antidepressivi possono essere associati a dei rischi come cambiamenti nella crescita fetale e a una più breve gestazione. Il potenziale aumento del rischio deve essere considerato nel contesto dei benefici del trattamento della depressione in gravidanza o durante l’allattamento.

Esistono prove considerevoli del fatto che la decisione di non prescrivere antidepressivi a una donna in gravidanza che abbia sintomi depressivi da moderati a gravi possa comportare maggiori rischi per la donna e il suo feto che i rischi di esposizione al farmaco stesso.La decisione di utilizzare un trattamento farmacologico in donne in gravidanza e/o in allattamento dovrebbe sempre essere condivisa e discussa con la donna e il suo partner e dovrebbe essere accompagnata da un consenso informato scritto, sia per motivi medici legali, nonché per garantire una corretta comprensione dei rischi e dei benefici del trattamento.

I sintomi della depressione perinatale non sono diversi da quelli della depressione nella popolazione generale, ma nel peripartum spesso sono presenti anche sentimenti di inadeguatezza e scarsa autostima nell’assumere il ruolo di madre e ossessioni di fare del male al bambino. Nel postpartum è importante distinguere il Maternity Blues da sintomi psicopatologici inquadrabili nella Depressione Post partum. Il Maternity Blues è una condizione non patologica, è transitoria e si risolve spontanemente in pochi giorni.

Ben diversa è la Depressione. Quando si parla di Depressione Perinatale si parla anche di “Depressione Sorridente”, ovvero di una condizione solo di apperente felicità, oppure di “Depressione Muta”, ossia la tendenza a nascondere il proprio disagio e la chiusura relazionale da parte della donna. Alla base di queste condizioni c’è la paura della gravida e neo mamma di essere giudicata e di essere vista come una “cattiva” madre .

 

Cosa si può fare per prevenirlo e come agire se ci si accorge di esserne vittima?

Le principali linee guida internazionali sono concordi che per prevenire la depressione perinatale è necessario uno screening rivolto a tutte le donne in gravidanza e nel post partum. Ad oggi sono disponibili diversi strumenti di valutazione della psicopatologia perinatale, anche se non c’è al momento una parere unanime da parte della comunità scientifica sulle tempistiche di somminsitrazione e su quali strumenti utilizzare. La ricerca scientifica tuttavia ha mostrato che uno screening già a partire dal primo trimestre di gravidanza, indipendentemente dalla frequenza, e la prevenzione divulgativa effettuata all’interno dei contesti ginecologici ostetrici prima, e pediatrici dopo, riduce il rischio di psicopatologia materna. Accanto però allo screening sistematizzato e alla prevenzione primaria dovrebbe esserci la presa in carico da parte di professionisti sanitari della salute mentale perinatale, che garantisca la giusta diagnosi e il trattamento personalizzato per ognuna delle donne individuate a rischio sviluppare un disturbo depressivo.

Dott.ssa Garofalo Greta-

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: Depressione pre e post parto; depressione pre parto; depressione post parto

Gambe gonfie in gravidanza

5 CONSIGLI CONTRO LE GAMBE GONFIE IN GRAVIDANZA

Gambe gonfie in gravidanza

Fra i risvolti negativi della gravidanza ci sono alcuni disturbi, generalmente di lieve entità, che possono però ridurre la qualità di vita della donna. Tra questi il gonfiore agli arti inferiori: le gambe si appesantiscono e si avverte una sorta di sensazione di stanchezza. Quali sono i rimedi a disposizione delle future mamme per far fronte a questa condizione

Perché le gambe diventano gonfie

Il gonfiore degli arti inferiori è riconducibile alle modificazioni meccaniche e biochimiche che subisce il corpo delle donne oltre che all’esposizione ad alcuni fattori ambientali. Sicuramente c’è una predisposizione genetica all’insorgenza di questo disturbo ma ci sono dei fattori che possono esasperare l’affezione: il clima caldo, la sedentarietà, trascorrere molte ore in piedi.In gravidanza il corpo della donna subisce alcune variazioni di tipo ormonale: nel primo trimestre aumenta la quantità dell’ormone progesterone e questo favorisce la congestione venosa; inoltre aumenta l’afflusso di sangue verso l’utero per nutrire il feto; proprio l’utero comprime i vasi sanguigni delle gambe interferendo con il ritorno venoso. Infine l’incremento del peso corporeo si scarica sulle gambe appesantendole.Inoltre si verificano delle alterazioni del metabolismo, ad esempio a carico della funzione renale che favoriscono la ritenzione idrica inducendo la formazione di edemi in corrispondenza degli arti inferiori. I liquidi fuoriusciti dalle pareti dei vasi sanguigni li comprimono e causano il tipico gonfiore.

Cosa fare?

Ecco qualche accorgimento per ridurre il gonfiore alle gambe durante la gravidanza:

  • A partire dal primo trimestre di gravidanza può essere utile tenere le gambe alzate utilizzando un cuscino in fondo al letto, magari sotto il materasso, di circa quindici centimetri per poter godere di un riposo confortevole. Ricordiamo che la gravidanza può essere disturbata anche dall’insorgenza dell’insonnia;
  • L’accorgimento è valido anche durante il giorno: «Bastano pochi minuti, di tanto in tanto nell’arco della giornata, con le gambe alzate per favorire la circolazione;
  • Fare attività fisica per stimolare la pompa cardiaca e favorire il ritorno del sangue dagli arti inferiori. Ad esempio è utile passeggiare, a passo non troppo veloce, anche solo trenta minuti al giorno. Anche una pedalata sulla cyclette può essere benefica;
  • I massaggi linfodrenanti manuali possono risultare efficaci sempre che non siano controindicati dal ginecologo. Difficilmente però vi si potrà ricorrere nel terzo trimestre di gravidanza;
  • Per seguire una dieta salutare è bene non eccedere con il consumo di zuccheri e di grassi mentre è utile consumare più cereali integrali, frutta e verdura e legumi secchi per garantirsi il giusto apporto di fibre utile anche per regolarizzare la funzione intestinale;

La prevenzione delle gambe gonfie rappresenta un ulteriore motivo per smettere di fumare. Lo stop al fumo di sigaretta è in primo luogo un’azione imprescindibile per tutelare la salute del feto.

Dottssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: gambe gonfie, gravidanza

Infezioni in gravidanza

INFEZIONI VIRALI E RISCHI IN GRAVIDANZA

Infezioni in gravidanza

In Italia sono principalmente due i virus pericolosi se contratti in gravidanza, soprattutto nel primo trimestre, perché possono attraversare la placenta e interferire pesantemente con lo sviluppo del nascituro: il Citomegalovirus (CMV) e il Rubella virus, che causa la rosolia.

Il Citomegalovirus fa parte della famiglia degli Herpesvirus, si trasmette principalmente attraverso la saliva, soprattutto in luoghi affollati come scuole e asili. Nelle persone sane, l’infezione si risolve quasi sempre velocemente e senza manifestare sintomi. Se contratta in gravidanza invece, soprattutto nel primo trimestre, può raggiungere il feto: nel 10% dei neonati infettati si verificano conseguenze neurologiche, in particolare sordità congenita, ma anche microcefalia, malformazione cardiache e oculari. A oggi non ci sono vaccinazioni né trattamenti efficaci per curare l’infezione da citomegalovirus. L’unico modo per proteggersi è ridurre il rischio di contagio, che proviene soprattutto dai bambini in età prescolare: non condividere con i bambini stoviglie, asciugamani, spazzolino da denti, non toccare oggetti che un bambino potrebbe aver succhiato o messo in bocca.

La rosolia non è una malattia particolarmente pericolosa nei bambini o negli adulti. In molti casi è asintomatica e i sintomi, quando ci sono, sono quasi sempre lievi: eruzione cutanea di macchioline, febbre spesso moderata, dolori articolari e occhi arrossati e lacrimosi. È invece estremamente pericolosa per il feto se contratta in gravidanza, soprattutto nelle prime 16 settimane. Può causare aborto spontaneo, morte intrauterina e sindrome da rosolia congenita, con gravi malformazioni a vari organi: all’occhio, con rischio di cataratta e glaucoma, all’orecchio, provocando sordità, al cuore e al sistema nervoso, con rischio di ritardo mentale e motorio. Contro il Rubella virus abbiamo un vaccino efficace. Dal 2017 rientra tra quelli obbligatori per tutti i nuovi nati. Ma se una donna ha il dubbio di non essere vaccinata, prima della gravidanza dovrebbe fare un esame del sangue per verificare l’immunità e in caso negativo effettuare anche da adulta la vaccinazione.

In alcune regioni del mondo, per esempio in alcune zone del Sudamerica, è endemico anche il virus Zika, veicolato dalle zanzare del genere Aedes, che se contratto in gravidanza può causare microcefalia nel feto. Ad oggi non esiste una vaccinazione contro Zika l’unica misura di prevenzione è evitare la puntura delle zanzare, adoperando zanzariere e coprendo quanto più possibile il proprio corpo.

Per quanto riguarda COVID19 (coronavirus) diverse sono le gravidanze portate a termine attualmente da donne positive ma  in nessuno di questi casi è stata rilevata la trasmissione al feto o complicanze respiratorie nella donna legate allo stato di gravidanza.

Dottssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: Infezioni in gravidanza, infezioni virali, rischi in gravidanza

Ritardo del ciclo

RITARDO DEL CICLO: LE POSSIBILI CAUSE

Ritardo del ciclo

L’irregolarità del ciclo mestruale colpisce diverse donne; oltre all’instaurarsi di una gravidanza, i motivi per cui le mestruazioni possono tardare o non presentarsi, possono essere diversi, da variazioni ormonali a condizioni di salute più serie.

In genere il menarca, la prima mestruazione, compare nella ragazzine tra i 10 e i 15 anni e in questo periodo è frequente una certa irregolarità; così come accade nelle donne che si avvicinano alla menopausa. Sono fasi di transizione nella vita di una donna, in cui il corpo necessita del giusto tempo per adattarsi ai cambiamenti.Nella maggior parte delle donne il ciclo mestruale dura 28 giorni, ma può variare dai 21 ai 35 giorni. Le cause dell’irregolarità possono essere molteplici ed è importante far riferimento al proprio ginecologo, al fine di capire insieme la situazione e individuare eventuali rimedi.

 Stress, perdita o aumento di peso

Lo stress può condizionare non solo la vita quotidiana, ma anche lo stato di salute, influendo sull’ipotalamo, la parte del cervello deputata alla regolazione del ciclo mestruale. Talvolta lo stress può condurre a perdita o aumento di peso, condizioni che se improvvise o eccessive possono avere una ricaduta anche sulla regolarità del ciclo. Le donne che soffrono di disturbi alimentari (come bulimia e anoressia) o che sono fortemente in sovrappeso, spesso vanno incontro a irregolarità mestruale o a mancata presentazione di mestruazioni.

Sindrome dell’ovaio policistico

La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) è un disordine endocrino caratterizzato da anovulazione ed iperandrogenismo, coinvolge il 5-10% della popolazione femminile in età riproduttiva e rappresenta una delle più comuni cause di infertilità nella donna e anche di irregolarità mestruali.

Malattie croniche e farmaci

Fra le patologie non strettamente ginecologiche che possono portare ad alterazioni del ciclo mestruale bisogna ricordare i disturbi a carico della tiroide. Questa piccola ghiandola è infatti responsabile del metabolismo e dunque anche dei livelli ormonali.Un’altra ghiandola situata alla base del cranio, l’ipofisi, svolge un ruolo importante nel controllo del ciclo mestruale. Alcune alterazioni ipofisarie (adenomi, insufficienza funzionale ecc.) possono essere qualche volta le cause di una oligomenorrea (riduzione numero di cicli mestruali), così come l’iperprolattinemia, ossia l’eccessiva produzione dell’ormone prolattina – prodotto appunto dall’ipofisi – può provocare irregolarità mestruali.

Anche alcuni farmaci come gli antidepressivi, antiepilettici, antipsicotici e terapie croniche con cortisonici possono indurre alterazioni del ciclo mestruale.

Dottssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: ritardo del ciclo

Gravidanza al tempo del Coronavirus

L’associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani pubblica le risposte alle più frequenti domande che interessano le donne in gravidanza in questo periodo segnato dalla pandemia SARS CoV- 2

coronavirus

Libera dall’HPV con Papilocare

papilocarePapilocare rappresenta la soluzione naturale non invasiva per le donne hpv positive, indicata per il trattamento e la prevenzione delle lesioni indotte da hpv.

L’HPV (Human Papilloma Virus) costituisce una famiglia composta da oltre cento varietà diverse di virus. La maggior parte degli HPV causa lesioni benigne quali  i condilomi o papillomi che interessano le mucose genitali e orali. La maggior parte delle infezioni genitali da HPV regredisce spontaneamente. Una piccola quota invece, se non trattata, può evolvere lentamente verso una forma tumorale. Il tumore del collo dell’utero è infatti quasi sempre correlato alla presenza dell’HPV.

Che cos’è l’infezione da HPV (Papilloma virus)?

L’infezione da Papilloma virus ha effetti molto diversi a seconda del tipo e della famiglia a cui appartiene il ceppo virale con cui si entra in contatto. Generalmente, il virus si replica sfruttando le cellule della cute e delle mucose e promuovendone una crescita eccessiva (iperplasia) che provoca le tipiche formazioni: condilomi e papillomi della cute e delle mucose. I tipi più pericolosi di HPV sono, tuttavia, quelli che provocano lesioni a evolutività maligna nelle vie respiratorie superiori – laringe, faringe, lingua, tonsille, palato, naso – o ai genitali maschili e femminili – glande, pene, scroto per l’uomo, perineo, vagina, utero, cervice uterina per la donna.

Quali sono le cause dell’infezione da HPV (Papilloma virus)?

L’infezione genitale da Papilloma virus umano si trasmette essenzialmente attraverso i rapporti sessuali: è infatti una delle più frequenti malattie sessualmente trasmesse. È ammesso che la trasmissione possa avvenire anche con un contatto fisico, se ci sono cellule virali attive e se sono presenti lacerazioni, tagli o abrasioni nella pelle e/o mucose. Generalmente, le infezioni più pericolose delle vie respiratorie o del cavo orale si trasmettono attraverso il sesso orale, attraverso il contatto, quindi, tra la mucosa e i genitali.

Quali sono i sintomi dell’infezione da HPV (Papilloma virus)?

I sintomi del Papilloma virus umano variano in base al tipo di infezione. Le lesioni genitali (definite condilomi) possono essere localizzate sui genitali esterni, all’interno della vagina, intorno o dentro l’ano e sul perineo (la regione cutanea posta tra la vulva e l’ano). Queste lesioni si manifestano come piccole escrescenze, a volte disposte a grappolo, dalla forma che ricorda quella di un cavolfiore. In altri casi le lesioni sono piatte e tendono a sovrapporsi.
La maggior parte delle lesioni causate da HPV sono asintomatiche. I ceppi di HPV che provocano il cancro nelle zone genitali, non si manifestano invece attraverso i condilomi, ma con modificazioni asintomatiche a carico delle mucose genitali (tipicamente del collo uterino).

Diagnosi 

La diagnosi clinica di infezione da HPV viene eseguita dal medico che rileva la presenza delle tipiche lesioni.
La diagnosi delle alterazioni citologiche e/o istologiche (ossia delle cellule o dei tessuti) provocate dai ceppi di HPV potenzialmente oncogeni, viene invece ottenuta attraverso l’esecuzione del Pap Test o di test appositi per la rilevazione del DNA virale. Se necessario, si effettuano biopsie mirate a carico delle mucose genitali, sotto il controllo di un particolare strumento (il colposcopio) che permette la visualizzazione ingrandita dei tessuti esaminati.

Trattamenti 

È possibile che le lesioni causate da HPV guariscano spontaneamente senza alcun trattamento. È bene sapere però che, anche quando le verruche scompaiono, il virus può essere ancora presente nell’organismo umano.
I condilomi genitali vengono generalmente vaporizzati attraverso la diatermocoagulazione o i trattamenti laser.
Le lesioni precancerose della cervice uterina possono essere trattate con tecnica laser oppure chirurgicamente (conizzazione), permettendo alla donna di mantenere inalterate le capacità riproduttive.

Papilocare

Papilocare è un gel vaginale con una tecnologia unica e comprovata (acido ialuronico, beta glucano e coriolus versicolor in forma di niosoma) che è in grado di penetrare in profondità nella mucosa vaginale e cervicale generando una barriera difensiva, centella asiatica e aloe vera con azione riparatrice, bioecolia ad azione prebiotica, Neem ad azione pro immunitaria. Attraverso questo meccanismo il gel esercita una triplice funzione: modula la risposta immunitaria locale, bilancia il microbiota locale e riepitelizza il tessuto.

Microbiota vaginale e HPV

Il microbiota vaginale è costituito essenzialmente da lattobacilli il cui equilibrio e diversità possono influire sullo stato immunitario locale.Diversi studi dimostrano che alcuni lattobacilli esercitano effetti tossici sulle cellule del cancro cervicale e la deplezione di lattobacilli stessi nel microbiota potrebbe contribuire alla persistenza dell’hpv indicando quindi una probabile interazione tra cellule cervicali e microbiota vaginale.

 

Dott.ssa Garofalo Greta

Specialista in Ginecologia e Ostetricia

TAG: HPV, Papilocare, Papilocare per HPV

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